Visioni pop
Quaggiù, nella Roma del possibile che mai si avvera, tutto sarebbe spiegato se appena si accedesse alla dimensione dell’AmarcordCafè.
Fellini non c’entra. Qui amarcord sta per amari ricordi, tutti spiattellati per chi vuol sapere.
Siamo oltre Cinecittà, un territorio che, più che una periferia dissolta nella propria ignavia, sconfina con una metamorfosi, il voler essere qualcosa oltre, un superarsi permanente incognito che però incombe. Un mal di desiderio impreciso e costante. Entri e ti colpisce subito la parete dell’AmarcordCafè; un muro sei per quattro tutto costellato di personaggi dell’Otto-novecento incorniciati uno accanto all’altro, per raccontare con le facce dei protagonisti il tempo che fu. Marx, Lenin, Roosewelt, von Ribbentrop, Hitler, Mussolini, Franco, Maozedunque – come lo riciclano qui – Pinochet, Peron, Saddam Hussein, Gheddafi, Che Guevara, Fidel Castro, Bin Laden, sono centinaia, esattamente duecentotrentadue. Entri e Codino – si fa chiamare così –, residuato sessantottino, ti allunga una stecca mentre ti porta il caffè. Tu indichi un ritratto e subito ti arriva in automatico il come – quando – dove – perché del personaggio storico che hai scelto. Storia? Mava’, riciclatura certamente, e tuttavia veridica, talvolta rivelatrice. È opera di Codino, il caffettiere. Lui lo spiega così: c’è un’altra faccia della Storia, quella dei vinti, come scrisse Alfonso Gatto, il poeta. Dati i tempi, tu indichi Mussolini, co’ sti fascisti ormai sempre citati. Eterni disse Umberteco. E subito arriva lo specifico storico de quo: no fascisti, bensì veri e perenni collezionisti-fascisti. Innocui. Tu sbilenchi interdetto. Funziona così: c’è chi raccoglie stivaloni ante marcia, chi frasi storiche storpiate, del tipo: «se avanzo seguitemi e se arretro guardate lo specchietto retrovisore», «è l’aratro che traccia il sorcio», «qui o si fa la pasta o si muore di fame», eccetera. Altri collezionano divise da Giovane Italiana, altri dei Balilla, altri hanno ammucchiato tutte le copie del famoso film-pamphlet di Lino Miccichè e Lino Del Fra’, titolo: All’armi siam fascisti. Hanno comprato tutti gli spezzoni relativi al Duce e al Ventennio girati all’epoca dall’istituto Luce. Per eliminare la prova della dittatura? Al contrario: quel documentario che voleva essere antifascista è un’opera celebrativa del Fascismo, e non poteva essere diversamente, data l’origine dei filmati.
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