Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Porte girevoli

Porte girevoli

di Franco Palmieri

giugno 2021

Ogni 25 aprile

Gli eroi del cartaceo sono quei giornalisti che, trasformando le notizie in avvertimenti, assurgono al ruolo di vessilliferi di sé stessi. Ogni 25 aprile ci fanno la predica sulla Libertà che cominciò quel giorno. Prima c’era la dittatura. Ma il menu di prima e dopo comprendeva sempre gli stessi cuochi. Dove mai poteva andare a prendersi i bravi borghesi, i manager, gli scienziati, insomma l’ossatura di uno Stato se non sullo stesso campo? I fuoriusciti erano quattro gatti che non vedevano l’ora di sostituirsi nel potere. C’è un elenco sterminato redatto dalla «destra» per dimostrare che gli uomini della «sinistra» erano stati tutti fascisti. Una cosa così ovvia da rendere ridicolo chi la strumentalizza ancora oggi. Ogni 1° maggio gli stessi giornalisti ci presentano una visione allegra sul passato, speranzosa sul futuro e tragica sul presente, mentre sul palco troneggia il concertone. Quest’anno ci siamo divertiti col pupo Fedez, il quale è riuscito a dimostrare di non possedere le due qualità dell’artista, essendosi autodefinito tale, che sono: senso dell’umorismo e distacco intellettuale. Ecco il solito energumeno che sgomita per restare primo. E a proposito di fascisti riciclati, quando Sciaboletta – il Re – per salvare la corona e sé stesso prima arresta Mussolini e poi fugge al Sud, aveva nel frattempo in mente che per ricominciare da capo bisognava prendere in mano il passato e neutralizzarlo. Così nel marzo del ’44 con una piccola legge, Decreto Regio del governo Badoglio, «ce scurdammo do’o passato». In quel caso il riciclaggio fu obbligato. Come facevano gli stessi che erano fascisti prima e antifascisti dopo a stare bene senza la libertà e a stare bene con il nuovo ideale di libertà? Hic manebimus optime, che in napoletano si traduce «‘ccà nisciuno è fesso». Il problema allora è sempre lo stesso, come analizzò il Guicciardini, dell’egoismo del singolo – «tengo famiglia», allegorismo di gruppo che si riconosce al suo interno e fonda un partito. Su questo naturale accorgimento di sopravvivenza si scatena il moralismo politico dei giornalisti di cui sopra, di quei quattro gatti post-marxisti – Serra, Diego Bianchi, Concita De Gregorio, nota come ultima direttrice per aver portato al cimitero L’Unità, la schiacciacuoricini Natalia Aspesi, che si definisce molto di sinistra col rischio di inzaccherarsi se cade a terra; questi fedeli all’idea, dunque, lo sanno di stare in un’azienda editoriale liberaldemocratica? Perché non fondano un bel giornale di vera sinistra? Restano. Non è una cosa buona o cattiva, è una delle componenti, se non la principale, dell’istinto di conservazione che nella giungla attiene al più forte ma occupa la giornata di tutti i viventi, mentre nella società si realizza attraverso il capitale, il lavoro, la produzione e consumo. Anche a livello individuale. Allora uno guarda Porta a Porta e scopre che l’argomento è sempre quello del giorno prima declinato secondo i gusti degli astanti nella puntata. Basterebbe la domanda di Pierino: ci dica signora Meloni, signor Salvini, signor Letta, visto che la sinistra e i sinistrati non lo sanno, dove li mettiamo i futuri disoccupati delle aziende che nell’analisi di Mario Draghi non ce la faranno? Al pragmatismo che la realtà richiede si oppone la rumorosità molto ben incorniciata dei portaportesi. A quell’ora meglio un libro prima di dormire.

Supremazia & suprematisti
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