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Porte girevoli

Porte girevoli

di Franco Palmieri

maggio 2021

Innocenza

L’argomento più pensato, ma tantomeno espresso, è quanto può, deve, necessariamente rendere permanente e obbligato e mettere a regime il sistema dei cosiddetti «ristori» di governo. Un’azienda su cinque chiuderà. La tragica visione di La zattera della Medusa: sacrificare i pesi improduttivi. Ai primi di aprile c’è stato un tafferuglio anche molto pittoresco e ovviamente violento – perché sennò sarebbe mancato il sugo – tra ristorandi e polizia. Stiamo scoprendo che l’economia italiana si regge sul magna-e-bevi. È accaduto davanti a Montecitorio. La stampa molto sensibile ai temi sociali e quindi vagamente di sinistra, per esempio La Repubblica, a corredo dei fatti racconta di come se la cava male chi – circa due milioni di cittadini – aspetta il lavoro e non ce la fa più. Hanno forse fatto una colletta? La Caritas o la Comunità di Sant’Egidio, che non sono di nessun destrsinistr, distribuiscono pacchi di cibarie. Gli assettati nel «palazzo» hanno fatto una colletta? Naturalmente (?) le cose non possono essere raccontate in questo modo, ma è così che facilitativamente viene fatto. È su questa narrativa che la sinistra ha fallito il suo compito, ed è così che la destra potrebbe fare la stessa fine. Se il grande capitale – privato e di Stato – costituisce l’ossatura del Paese, la spina dorsale dell’economia, le sue vertebre sono rappresentate dal mondo della distribuzione, del commercio, del terziario qualificato, che è strettamente dipendente dal mercato, com’è per la produzione. Ma la gente sta ingrossando il risparmio. Teme il futuro. Smuovere tutto questo non può darsi con la narrazione indignata dello status quo. Se l’emergenza si trasforma in uno stato permanente delle cose, vuol dire che la struttura portante della nostra società richiede una revisione dal profondo, o dall’alto. Questo richiamo ha anche un cuore antico. È dal 1989 che se ne parla. Leri-forme. Le nominano così per distogliere l’attenzione. È inutile prendersela con la politica o con gli evasori fiscali, col lavoro nero o con le mafie, con la burocrazia o con le infrastrutture da espandere e migliorare. Bisogna prendersela con noi stessi. Non perché ci facciamo governare da chi abbiamo votato; sarebbe il minimo. Ma perché viviamo in una costante contraddizione: il doppio gioco. Da cui nasce un comportamento che ci rende l’un l’altro inaffidabili, ma anche grazie a questo comportamento abbiamo sviluppato quella cosa che chiamiamo l’arrangiarsi. Risolvere sottobanco. Questa è la principale causa dello scollamento non solo tra il popolo e le istituzioni, ma anche della società al suo interno. Ed è la ricorrente causa della precarietà dei governi. Insomma, niente di nuovo. Siamo stati descritti così dai tempi di Catone e siamo arrivati indenni fino a oggi. Indenni? Nella nostra cultura siedono i giacimenti culturali più estesi dell’Occidente. Ci manca una cosa sola: la capacità di conservare noi stessi e più a lungo una qualità: l’innocenza. Non siamo più abili, furbi, opportunisti e gioiosi. Siamo preoccupati. Ogni tanto scappa fuori un salvatore della patria, ma dura sempre pochissimo. Quindi la prima vera riforma da fare è dentro noi stessi. Chi comincia?

Emozioni
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