Ottobre
Chissà se si erano consultati; fatto sta che Lenin e Mussolini convennero che farla di ottobre la rivoluzione riusciva meglio. Sono passati cento anni da quel 1922, quando le Camicie nere convennero a Roma, e adesso le rievocazioni si sprecano. Però quella fascista non fu una rivoluzione popolare, ma piuttosto la presa di potere dell’Italietta dei caporali. Di quella che “lei non sa chi sono io”.
Il popolo stava a guardare e poi abbozzò, e poiché Mussolini un’anima socialista ce l’aveva, si dette da fare con le opere: le case popolari; la bonifica Pontina con le sue cittadine, Sabaudia, Ardea, Aprilia, Littoria; lo sviluppo di Ostia col trenino; la colonia estiva; il Foro Italico e la corporazione della stampa trasferita pari-pari nell’Ordine dei giornalisti di oggi. Ce l’abbiamo solo noi.
Un nostro amico fa la guida turistica a Roma, vota Pd, va in crisi quando un turista gli domanda chi ha fatto via dei Fori Imperiali, e non solo. E fino alle Leggi razziali applaudivano tutti, anche il signor Cesare Goldman, che nel 1919 aveva messo a disposizione di Mussolini la sede dell’associazione degli imprenditori milanesi di cui era presidente. Poi dovette fuggirsene, sennò rischiava di finire in un vagone piombato lì al Binario 21.
A differenza di quella dei sanculotti a Parigi o dei bolscevichi a San Pietroburgo, in quella fascista mancava l’autentica, truce anima popolare. Infatti, i fascisti si distinsero subito per il loro cipiglio autoritario, stavano già impalcati, perché in quella prima adunanza di piazza San Sepolcro mancava l’humus della milanesità, quella delle Cinque Giornate, raccontata da Antonio Scurati in Una storia romantica, di Alessandro Manzoni, di Carlo Porta, della Scapigliatura; per dirla con Alessandro Zaccuri, che l’ha ritratto nel suo romanzo Poco a me stesso (Marsilio editore) con accenti di una goduria letteraria inarrivabile, mancava al fascismo rivoluzionario del 1922 il contributo dell’anima fantasmagorica e becero-popolare del Bottonuto, i bassifondi della milaneseria che ben si combinava col Wizt trasgressivo della milanesità. Infatti, a titolo di ringraziamento, negli anni successivi il Bottonuto, quartiere trivial-pop alle spalle del Duomo, venne raso al suolo e divenne area edificabile per i palazzinari milanesi. Chissà, forse gli sparpagliati superstiti del Bottonuto si ritrovarono a piazzale Loreto nel 1945.
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