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Lino Angiuli, Poesie vegetali. Green Poems
Lino Angiuli, Poesie vegetali. Green Poems

Poesie vegetali. Green Poems di Lino Angiuli

di Claudio Toscani

ottobre 2021

Un po’ di terra

Lino Angiuli, Poesie vegetali. Green Poems, Edizioni di Pagina, Bari 2021, pp. 143, euro 15.

Lino Angiuli, poeta e scrittore in lingua e dialetto, nel primo testo di una antologia sapientemente curata in italiano e in inglese da Maria Rosaria Cesareo e Barbara Carle, apparsa per iniziativa del Consiglio Regionale della Puglia in una edizione di insolita raffinatezza, viene introdotto con uno dei temi che più gli sono cari: la madreterra, simbolo del suo come di tanti altri mondi. Una zolla senza sole e un fiore appassito: questo vuole l’autore al momento della sua scomparsa. Poco più in là, ecco il padrenostro ulivo, tra verde sacro e argento, altro cardine del proposito «verde» del libro e archetipo stesso della poesia di Angiuli, valore terrestre e umana memoria a crescergli dentro dal medioevo, tanto da dire: «…la prossima volta/ farò di tutto per nascere ulivo/ o diventarlo». Dei tre mari di Puglia, uno è quello dell’ulivo che regna nel mare assoluto del grano, bandiera sfrangiata ma faro alle generazioni, albero che muore dove nasce sepolto in piedi. Ulivo, infine, la cui immancabile promessa di olio, di ombra e di pace, sta per quella visione del mondo giustamente detta «umanesimo vegetale», o «vegetalesimo», simbiotica influenza tra uomo e natura che, parlando la stessa lingua, si assicurano vicendevole soccorso e comunità di destino. Rami nudi, germogli, fiori, foglie e ramaglie, alberi, frutti: tutto l’orizzonte del creato dilata su questi green poems – dalle alte sentinelle arboree allo stelo d’erba che d’ora in poi ci guarderà dal basso verso l’alto – i livelli nei quali Angiuli viene rivisitato nell’abile radenza ricognitiva di buona parte del suo lavoro, dagli alberi, appunto, cuori di legno e vecchi analfabeti dal corredo genetico misto di clima, suolo, mani sapienti e sangue, alla farmacia naturale delle minime infiorescenze. Un catalogo affascinante esce dalla creativa pronuncia di uno dei poeti linguisticamente più dotati e seducenti dei nostri giorni che, tra metri e prosìmetri, neologismi e latinismi, classici satireggiati o «conditi» col dialetto nativo, modi di dire e motti di spirito, scenette e ricette, trascorre dal carciofo scorbutico grinzoso a una tribù di fichidindia incastrati tra i sassi; da una cocozza (cioè una zucca come una fetta di luna) ai frutti dell’alloro, pianta del trionfo e della gloria, imperturbabile nel suo autocontrollo. Ma c’è pure un girotondo di cardi, carciofi, cocomeri e asparagi, mandorli, gelsi e pomodori, capperi sempreverdi o di conserva; e tutto ciò fra palpitanti femmine di gerani, meloni miracolo, basilico, menta etimo in gara aromatica, per chiudere col finocchio e la lattuga, primaria madre dell’orto. Una caratteristica magnetizza il dettato di Angiuli, ed è quando una sua parola suona come se fosse lì da sempre e aspettasse solo di essere detta. Così come nelle sue tante carte d’identità, fulminee finestre aperte sulle proprie origini o inclinazioni (ora si sente l’innesto tra una penna e un albero, ora l’incrocio tra il sogno, le cose e una biro, infine un travaso di verde dentro un calamaio), in un contesto di piante, pietre, erbe e ulivi, sudore e dolore, campagna vista, vissuta, lavorata. Ma è lui anche quando chiacchiera semplicemente col basilico, col mirto simbolo d’amore e di amorosa poesia, o suggerisce gustose insalate (cicorie selvatiche pugliesi), assapora pomodori di azteca provenienza, rosmarini «arruffianati», nespole avvizzite sulla paglia. «Per intanto – scrive quasi sazio – voglio morire di vita e vivere di morte, come un albero di frutto che conosce la sua sorte». E, lungo oltre mezzo secolo di scrittura creativa, c’è posto ancora per lenticchie al rosmarino, per un’insalata di pensierini vegetanti (che poi sarebbero svettanti asparagi), ma il libro punta alla sua letteraria conclusione con un accenno ad alba pratalia (letteralmente «bianchi prati», parafrasticamente «pagine bianche di un libro»): quel cosiddetto «indovinello veronese» in lingua romanza, direttamente riferito all’azione stessa dello scrivere, anche se poi Angiuli chiude con la madrelingua del ciliegio millenario e l’ulivo padrenostro. Amen. Ma enon si pensi, tuttavia, che alla semiosi botanica prevalente in questa selezione dalla verde operatività del poeta di Valenzano – quasi che un arbusto, un frutto, una quercia una spiga siano le nuove categorie kantiane dell’esserci – non corrisponda un adeguato riguardo di sempre alla «vegetazione umana», a una battente passione civile e sociale per cui alla fine il destino di un sorbo prema di più del destino di uno qualsiasi degli «esiliati dalla storia». Perdurando sempre l’affinità elettiva tra ambiente e vivente, l’Angiuli di questo settoriale codice riletto come privilegiata ribalta tematica, non cela quello della storia, della politica, della civiltà, dell’ideologia. Se un semplice odore di cipolla richiama il tepore di una stalla, diciamo, appare chiaro il trait-d’union tra il naturale frutto della terra e la sensibilità della presenza umana, tra l’oggettività della natura e la soggettività di chi la accudisce, la lavora, la dà una solidale coscienza. Se poi è il dialetto a scriverla, interpretarla, farla cultura sua, arcaica, terragna, materna, viscerale e primaria, allora tutto un tesoro filologico aggancia una macchina del tempo a scandire anni e anni di odissea di popolo, magari attorno ai secoli di un ulivo che ha visto i non più vivi e vede i non ancora morti. Quando Angiuli cita la zucca, l’anguria, il cappero, la cipolla (d’Acquaviva delle Fonti, magari, proprio quella dall’antiossidante potenza curativa), è lui che s’immedesima nella lingua dei suoi vegetali, che è poi quella degli avi, del padre, della madre, del fratellino premorto che gli ha ereditato il nome, dell’amico. Di uno di Valenzano, insomma, che parla come prega, ama la vita come l’eterna erba dei suoi prati, si piega all’ulivo come a una profezia.