Giuseppe Lombardo Radice (1879-1938), pedagogista e filosofo italiano, sosteneva che:
“È un buon libro per ragazzi quello che può essere gustato, senza restrizioni e riserve, anche dagli adulti. Non tutto ciò che è scritto per gli adulti, vale per il bambino, ma tutto ciò che vale per i bambini deve valere anche per gli adulti, se è opera d’arte1”.
Questa espressione cade a pennello su tante storie di ieri e di oggi e in particolare modo per i classici senza tempo: tra i tanti, le famose Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi (pseudonimo di Carlo Lorenzini).
La letteratura per l’infanzia quando non è come quella di Pinocchio, destina il bambino a essere eternamente tale perché tende a nascondergli, mistificandolo, «il rapporto oscuro e negativo con il mondo degli adulti, con la vita, cioè con l’ambivalenza in cui gli adulti si realizzano bilanciando realtà e irrealtà»2. Questo genere neonato ha un’ascendenza istituzionale molto forte che richiama il miscere utile dulci del classicismo. La funzione è duplice, insieme letteraria ed educativa, una captatio verso le giovani generazioni dell’Italia contemporanea3.
La struttura originaria delle Avventure di Pinocchio è legata alla pratica del feuilleton per l’infanzia: le vicende della storia vengono pubblicate a puntate su un giornale, nel nostro caso sul Giornale per bambini.
Il testo comprende trentasei capitoli distribuiti su ventisei numeri del periodico, tra il 7 luglio 1881 e il 25 gennaio 1883. La testimonianza del fatto che il successo avuto non fosse cercato o auspicato dall’autore, sta nelle parole del direttore del giornale Guido Biagi:
«La pigrizia del Collodi fu vinta dalle mie amichevoli sollecitazioni, e finalmente mi vidi arrivare un mucchietto di cartelle intitolate La storia di un burattino con una lettera che mi diceva: “Ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma se la stampi, pagamela bene per farmi avere voglia di seguitarla”»4.
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