Paul Auster e il caso che si fa destino
di Raoul Precht
luglio/agosto 2024
Diceva Paul Auster che qualsiasi film su uno scrittore, che voglia essere completamente veritiero, dovrebbe mettere in scena un uomo (o una donna) solo, in una stanza più o meno spoglia e disadorna, mentre per ore e ore guarda il vuoto e ogni tanto batte per qualche minuto sui tasti della macchina da scrivere o del computer. Tutto qui. Davvero un po’ poco per poter interessare il grande pubblico.
A questa monotonia della vita, Auster ha risposto con i suoi romanzi, in cui dispiega un’immaginazione prodigiosa, capace di creare storie apparentemente dal nulla, a volte con personaggi appena abbozzati e caratterizzati unicamente dal nome, più o meno simbolico.
Dal 1982 al 2023
E ha risposto altresì con una voce originale, ipnotica e inconfondibile, che dal primo romanzo, L’invenzione della solitudine, scritto nel 1982 a seguito della morte del padre, fino all’ultima prova, Baumgartner, ha sempre saputo accompagnare e irretire il lettore, quasi forzandolo a leggere, spesso d’un fiato, la storia di volta in volta raccontata.
Storia che a sua volta è fatta di prove, di riti di passaggio e d’iniziazione: in breve, di tutte quelle tappe che costellano l’inesauribile ricerca di senso, e del disvelamento del nostro Sé collettivo, nel mare magnum dell’esistenza, fra eventi inverosimili e improbabili che tuttavia accadono, costringendoci a prenderne atto e a cogliervi nuovi significati.

La copertina dell’ultimo libro pubblicato nel 2023, Baumgartner (Einaudi, Torino 2023, pp. 160, € 17,50)
Vita d’artista
Auster ci ha lasciati il 30 aprile scorso, e dopo tutti gli obituaries che abbiamo letto da allora, di lui sappiamo ormai tutto: dall’infanzia a Newark – città natale anche di Philip Roth (e, come Roth, Auster proveniva da una famiglia della media borghesia ebrea) – ai difficili inizi, che racconta con grande ironia in Sbarcare il lunario (il primo romanzo della Trilogia di New York, Città di vetro, per dirne una, fu rifiutato da ben diciassette editori); dall’autoesilio europeo, con Parigi come fulcro e costante attrazione, al ritorno negli Stati Uniti, e in particolare nella sua Brooklyn – nel suo necrologio il New York Times l’ha definito non a caso il “Santo patrono della Brooklyn letteraria” –; dall’incursione nel cinema con Smoke, Blue in the Face e Lulu on the Bridge agli ultimi anni, segnati da una lunga e penosa malattia, durante i quali però la sua produttività non si è esaurita.
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