Paolo Isotta non solo musicologo. Con la sua vis polemica ha ridato serietà alla critica musicale
marzo 2021
Con la recente scomparsa di Paolo Isotta non manca alla cultura italiana, semplicemente, un critico musicale, ma una figura d’intellettuale che va al di là della semplice funzione che ricoprì per quarant’anni. Anzi, dopo la fuoriuscita dal Corriere, nel 2015, cominciò anche a scrivere su temi a latere di quelli musicali. Altri canti di Marte (2015, che significa «qualcuno d’altri, se vuole, può cantare del dio Marte») era una silloge della sua attività giornalistica, per quanto quest’ultima profondamente intrecciata con la letteratura francese e tedesca. Ma Il canto degli animali (2017) e i più recenti scritti dedicati a Ovidio, alla letteratura classica e all’amato Totò (Parerga totoana) portarono in evidenza l’articolazione di pensieri sui generis esterni alla musicologia.
Cominciamo da quest’ultima.
Studio della partitura & dizione
Isotta introdusse nella critica musicale un elemento che prima quasi non esisteva nel settore: lo studio della partitura. Questione difficile, per essere in grado di farlo ci vogliono anni di studi d’armonia, composizione e strumentazione, cosa che la maggior parte dei critici musicali non faceva e non fa ancora adesso. In più, questa conoscenza lui l’applicava in sede giornalistica, per cui si permetteva di massacrare un’esecuzione dei Vespri di Vivaldi per l’ignoranza del direttore nello scegliere un’edizione adeguata, un altro per avere scelto la terza versione dell’Ouverture di Fidelio invece che la seconda; censurò una cantante per avere sporcato la nota Fa in un’esecuzione del Flauto magico di Mozart, ed è nota l’aggressione fisica che subì per mano di un celeberrimo tenore. Tale conoscenza, d’altro lato, era pressoché priva di contestazione poiché nessuno si prendeva la briga di controllare, oppure non ne aveva la competenza, e questo rafforzava il suo uso di disinvolte licentiae che però ampliavano anche la sua sicurezza e l’auctoritas che dal suo verdetto emanava.
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