Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Umberto Bellintani, Nella grande pianura
Umberto Bellintani, Nella grande pianura

Nella grande pianura di Umberto Bellintani

di Luca Ariano

novembre 2023

L’eco del passato

Umberto Bellintani, Nella grande pianura, Mondadori, Milano 2023, pp. 296, euro 20.

Nella collana “Lo Specchio” Mondadori, a distanza di venticinque anni, è stata ristampata una nuova edizione di Nella grande pianura di Umberto Bellintani (1914-1999). L’edizione è curata da Maurizio Cucchi (già curatore della prima edizione del 1998) a cui va il merito di tenere viva l’attenzione verso il poeta mantovano. Questo libro ha, in aggiunta, una scelta di testi tratti dalle raccolte uscite postume come Canto autunnale, Se vuoi sapere di me, Nella notte di poca luna e degli inediti ritrovati tra le carte del poeta.

Il volume è corredato da una scelta inerente alla bibliografia sul poeta che annovera interventi di numerosi importanti critici del Novecento tra i quali Spagnoletti, Garboli, Barberi Squarotti, Cusatelli, Fortini, Luti e Montale, quest’ultimo così scriveva nel 1954:

Bellintani, che vive in campagna, è un raffinato uomo di popolo, uno di quei poeti che sembrano essere saltati dalla Bibbia e da Omero ai più astrusi lirici stranieri conosciuti solo attraverso le traduzioni... spesso la poesia si rifugia in uomini come lui, non professionisti, senza le carte in regola.

La figura di Bellintani appare particolare nel panorama della poesia del Novecento in quanto non solo poeta, ma anche scultore, allievo di Arturo Martini e Raffaele De Grada presso l’Istituto superiore per le industrie artistiche di Monza.

Volutamente silente per oltre trent’anni, il suo esordio poetico avvenne nel 1953 presso Vallecchi, grazie all’interessamento di Alessandro Parronchi, con Forse un viso tra mille dove sono evidenti gli echi ermetici che già gli valsero apprezzamenti della critica. La sua poesia si richiama fortemente al paesaggio, ad esempio in versi come: «Ma nel cielo / ancora il sole risplendeva e la Riparia / era pur sempre gorgheggiata dalle rondini».

Forti sono gli echi classici come nella poesia Alceste o in Nostalgia dove appare il costante dialogo con Dio, al limite del blasfemo. Il paesaggio padano è presente in numerose poesie come in Sera di Gorgo frazione di San Benedetto Po dove nacque:

Ancora opache innanzi a questa / sera ed umane. / Ora sono delle anime viola / le figure d’intorno al carretto / di chi grida il bel rosso dell’anguria. / E l’asino è un’ombra che sogna / e mastica biada. […]»

Due anni dopo (1955), il poeta lombardo pubblicò, per le Edizioni della Meridiana, Paria (a cura di Vittorio Sereni), plaquette che poi verrà ripubblicata nella raccolta successiva E tu che mi ascolti uscita per Mondadori nel 1963. In Paria è forte il realismo di Bellintani che si stacca dall’Ermetismo, compaiono inoltre personaggi che ricorreranno anche in raccolte successive come l’amico morto Salvatore Fancello o reietti che il poeta ha incontrato, come nella poesia che dà il titolo:

Poveri affaticati nelle membra, / ser vi delle gleba, paria, / per noi la morte è riposo. / Tu luna invano risplendi in mezzo al cielo; / e non ci cavi dagli occhi che sudore / antica stella che illumini nei boschi / a maggio il canto malinconico dei cùculi. […].

C’è sempre uno sguardo pietoso, cristiano, come nelle tre poesie dedicate a Don Primo Mazzolari con il quale ebbe un fitto carteggio:

In questo nostro mondo / dove ogni essere grida pietà, / su questa terra / letteralmente coperta da una selva di crocefissi, / dove ogni inchiodato sulla croce, ebete, sghignazza, bestemmia / e implora e sputa / sul corpo del compagno il suo dolore / fattosi ira e veleno, // quando mai una mano pietosa vorrà / avvicinarsi a schiodare / uomini e la specie / d’innumeri animali? […].

La riflessione sulla storia si fa molto dolente nel poeta lombardo, lampante nella poesia Dalle “Lettere dei condannati a morte”:

Lo sento al passo. Lo so, verrò so-

,spinto / come bestia sul camion della

morte, / e fileremo in silenzio ad una bassa / terra di supplizio.

Gli animali sono una costante nei versi di Bellintani, in questo lo possiamo accomunare a un poeta più anziano di lui come Leonardo Sinisgalli. Voci dell’arcano è esemplificativa:

Il gatto che ritto si dorme / al sommo del palo in questa quiete / dell’aria al pomeriggio di fuoco, / e la rana che grida terrore / dove il fosso s’incurva, / sono voci dell’arcano, e la cetonia /

,stremata sul sentiero e l’acqua / infesta

di torpore e morte; […].

Nel 1998, dopo trentacinque anni di silenzio e di rifiuto di pubblicare, esce per Mondadori, grazie all’interessamento di Maurizio Cucchi, Nella grande pianura che raccoglie tutta la sua opera precedente con l’aggiunta della raccolta inedita Un abbaino in piazza Teofilo Folengo. Costanti il realismo e la descrizione del paesaggio padano, ma si manifestano anche riflessioni sulla morte e sul tempo trascorso. Compaiono personaggi ormai morti, come il padre nella splendida poesia Chiodo assai vecchio:

Questo chiodo è mio padre: / (è il Mille Novecento Venticinque, / trascorsi circa cinquant’anni / e non c’è mio padre / sotto terra). // Questo chiodo sono anch’io. / E mi appendo a questo chiodo / mi trafiggo il petto / mi inchiodo […].

La morte è ormai incombente (Agli amici morti):

Venite a prendere, amici, fate presto, / a levarmi da questa vita / che non ha più nemmeno l’eco / del tempo che fu nostro, / nemmeno la forza di mandarvi / la mia voce.

Bellintani ci lascia con Congedo che ricorda l’addio di Giorgio Caproni:

Sono certo che c’è Dio / ma non per me. / Morirò abbuiandomi, / ti saluterò con la mano. / Tu non mi vedrai.