Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Carlo Alessandro Landini, Musica di Dio, musica del diavolo. Appunti di musica sacra
Carlo Alessandro Landini, Musica di Dio, musica del diavolo. Appunti di musica sacra

Musica di Dio, musica del diavolo. Appunti di musica sacra di Carlo Alessandro Landini

di Chiara Bertoglio

dicembre 2024

Carlo Alessandro Landini, Musica di Dio, musica del diavolo. Appunti di musica sacra, Zecchini, 2024, pp. 146, € 29

Carlo Alessandro Landini è uno dei più interessanti e originali compositori attivi oggi in Italia e considerati a livello internazionale. Una delle caratteristiche più evidenti e inusuali della sua musica è la fecondità della sua ispirazione che, in un tempo marcato da spiccate afasie e tendenze al prosciugamento del contenuto e della forma musicale, non teme di affrontare a viso scoperto generi e forme da molti consegnati al passato, e di proporne realizzazioni musicali di lunghezza inusitata e impressionante.

Per “reggere” lo sforzo creativo e artistico necessario a sostenere architetture di queste dimensioni, è necessaria una mente fuori del comune e una capacità di pensare simultaneamente in “più dimensioni”; tanto più che Landini, a differenza di molti suoi colleghi, rimane solidamente ancorato a linguaggi e tecniche a loro volta archiviate come démodé da molti compositori, ma da lui maneggiate con una disinvoltura che non può provenire se non da faticosi, costanti, disciplinati studi e calcoli combinatori estremamente complessi, come sono quelli che informano la scrittura musicale polifonica.

Di queste doti, Landini fa ampio sfoggio e dimostrazione anche nelle vesti di scrittore. Si tratta di un’attività sicuramente subordinata a quella compositiva, ma per nulla trascurabile nell’economia della sua creatività; Landini è infatti apprezzato critico e scrittore di musica, sebbene in termini di monografie abbia probabilmente preferito cimentarsi con quelle fatte di suoni più che di parole.

Esce invece per Zecchini editore un suo libro, dal titolo Musica di Dio, musica del diavolo. Appunti di musica sacra, in cui Landini sembra distillare la sapienza e il pensiero estetico e spirituale di una vita. All’apparenza agile e breve, il libro di Landini è un condensato di conoscenze, a partire dalle quali l’autore sviluppa la propria visione creativa, artistica e, in certa misura teologica.

Landini dispiega una cultura poliedrica, ricchissima, sfaccettata, che si muove con la massima scioltezza e disinvoltura fra scritti letterari, opere d’arte, composizioni musicali, documenti papali, filosofia, storia, e molto altro. Non vi è traccia di sfoggio di cultura, tuttavia; si vede che le numerosissime citazioni e rimandi, sempre corroborati da puntuali riferimenti a piè di pagina, sono sempre strumentali all’affermazione di una convinzione o di un pensiero; e si intuisce, perciò, che le miriadi di opere cui Landini fa riferimento siano realmente solo la punta dell’iceberg di una cultura ancor più vasta, onnivora, generosa.

Landini si dimostra appassionato e coraggioso nel difendere i propri punti di vista e le proprie convinzioni, soprattutto in termini di valutazioni estetiche legate alla musica sacra e/o liturgica, e alle strategie tecniche del linguaggio compositivo che possono essere identificate come portatrici di significato, e di un significato che può avere una dimensione etica, o propriamente teologica, nel farsi latore di “bene” o di “male”.

Per quanto riguarda la musica liturgica, molte delle affermazioni di Landini sono pienamente condivisibili, a parere di chi scrive, e la sua “crociata” nell’invocare una musica sacra che sappia avere il coraggio della non-banalità, di una ricchezza semantica che non va confusa con una sterile complicazione, non può che ricevere il plauso di chiunque abbia a cuore e la Chiesa e la musica. In altri casi, forse proprio la complessità, ricchezza e multidimensionalità del pensiero e dell’esperienza artistica di Landini lo portano ad assumere degli atteggiamenti non sempre condivisibili: per esempio, nello svalutare canti magari non eccelsi, ma attraverso i quali si è espressa la fede di generazioni e generazioni di persone semplici (e nei quali meriterebbe di comparire forse un apprezzamento più generoso rispetto a prassi esecutive che riteniamo “brutte” nelle nostre “vecchiette”, ma che forse considereremmo “interessanti” negli studi di qualche etnomusicologo che ce li riportasse da Paesi lontani…). Oppure nel valutare con molta maggior reverenza i Corali luterani rispetto ai canti popolari della devozione nostrana, senza considerare la simile genesi degli uni e degli altri.

Un altro aspetto di cui un po’ si avverte la mancanza è un confronto più serrato con la teologia della musica come disciplina. Paradossalmente, in uno scritto che si fa notare per l’ampiezza dei suoi riferimenti culturali e bibliografici, mancano in modo avvertibile le discussioni di tesi e testi elaborati da contemporanei teologi della musica, con cui probabilmente l’acume di Landini avrebbe potuto confrontarsi in modo assai fecondo.

Alcuni dei temi da lui trattati, infatti, sono stati oggetto di intenso dibattito fra specialisti di una disciplina forse ancora giovane, ma sicuramente affascinante, quale è la teologia della musica; e sarebbe stato interessante leggere le opinioni dell’autore su tali trattazioni.

Inoltre, un altro aspetto che a volte risulta un po’ “dissonante”, almeno a parere di chi scrive, è l’espressione di valutazioni non sempre corroborate o suffragate da documenti che si riferiscono alla fede o alle convinzioni estetico/religiose di compositori del passato. Risulta un po’ sorprendente, per esempio, leggere che “Nessuno dei due [compositori, ossia Bach e Mozart] era animato da un grande amor di Dio”.

Nel caso di Bach, sembra che questa affermazione contraddica quanto molti biografi di Bach hanno rilevato nei loro studi; in quello di Mozart, personalmente, riteniamo che sospendere il giudizio sarebbe forse più rispettoso della personalità e dell’individualità di una figura inquieta, contraddittoria ma anche estremamente profonda quale fu quella del compositore salisburghese.

A volte, infine, si potrebbe auspicare una maggior sistematicità nella trattazione, e forse anche una prospettiva più diacronica, che tenga conto in modo più esplicito dei contesti filosofici, estetici e teologici in cui una certa espressione artistica o letteraria è sbocciata: l’impressionante padronanza dimostrata da Landini nello spaziare su millenni di cultura umana non sempre è condivisa dal lettore, che forse avrebbe talora bisogno di un inquadramento più evidente.

Si tratta comunque di osservazioni che non sminuiscono in alcun modo la validità e la preziosità del lavoro di Landini, né ne rendono meno interessante la lettura: anzi, proprio la varietà e i continui stimoli offerti dall’autore invitano al pensiero, alla riflessione critica, e talora anche, addirittura, alla preghiera, dimostrando la fecondità di un approccio a tutto tondo che, se è oggi raro e inconsueto, non è per questo meno apprezzabile e valido.