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Michele Federico Sciacca. Un ricordo a cinquant'anni dalla morte
Filosofia · Idee e storiaSc 768

Michele Federico Sciacca. Un ricordo a cinquant'anni dalla morte

di Roberto Cutaia

febbraio 2025

Son pigro e indolente e me ne starei volentieri senza far niente, a perdere il tempo pour mon plaisir; la mia instancabile e a volte incredibile attività è frutto di un duro comando alla mia pigrizia di alzarsi in piedi e marciare1.

Ecco cosa scriveva, di sé stesso, nell’autobiografia, il filosofo siciliano Michele Federico Sciacca, di cui il 24 febbraio 2025 ricorre il cinquantesimo della morte. Era nato a Giarre, in provincia di Catania, il 12 luglio 1908. E nella lapide commemorativa posta all’interno del Liceo classico “Michele Amari” di Giarre, si legge: «Greco di Sicilia cristiano in Antonio Rosmini, Michele Federico Sciacca, pensatore e filosofo. Giarre 22, 23, 24 febbraio 1980, Congresso internazionale di filosofia». «Filosofo» – spiega Paolo De Lucia, dell’Università di Genova − «il cui nome è indissolubilmente legato da un lato alle vicende del pensiero cristiano, dall’altro alla storia dell’Università di Genova. Nell’Ateneo ligure, Sciacca insegnò Filosofia Teoretica dal 1947 fino alla morte». Nel panorama culturale italiano, d’oltralpe e d’oltremare, sicuramente Sciacca è da annoverare tra i grandi filosofi del Novecento che hanno saputo disporsi a un confronto aperto al dialogo, al pari di Maurice Blondel (1861-1949), Martin Heidegger (1889-1976), Teodorico Moretti-Costanzi (1912-1995), e pochi altri. Prosegue De Lucia:

creò una scuola di pensiero internazionalmente nota (ricordiamo, tra i discepoli, Romeo Crippa, Italo Bertoni, Maria Teresa Antonelli, Maria Adelaide Raschini, Pier Paolo Ottonello, Giuseppe Beschin), e diresse il “Giornale di Metafisica”, rivista internazionale di filosofia da lui stesso fondata. A partire dall’adesione al neoidealismo di Gentile, Sciacca evolse verso forme sempre più compiute di spiritualismo, sino a formulare definitivamente il suo pensiero nei termini di una “filosofia dell’integralità”.

Una quarantina le opere di Sciacca che lo hanno condotto alla costruzione della “filosofia dell’integralità”. E tra queste, le opere che riportiamo in nota non possono mancare nella biblioteca di un vero metafisico − Sciacca è il metafisico per antonomasia2.

La sua evoluzione speculativa può essere letta come un’inesausta costruzione, − continua De Lucia − volta a restituirci l’uomo nella sua interezza, ma non nel senso che la dimensione spirituale, religiosa e teisticamente cifrata del soggetto andrebbe introdotta nel corpus della speculazione filosofica allo scopo di preservare un carattere di sensatezza all’esperienza umana, per molti versi corrosa dalle ferite del negativo, dell’opaco e dell’oscuro.

Vulcanico e instancabile organizzatore culturale, nel 1966 fonda, in collaborazione con i Padri Rosminiani, il Centro internazionale di studi rosminiani a Stresa (Verbania); a lui si debbono altresì il Centro del Cnr per lo studio della filosofia italiana e francese a Genova, il grande Congresso internazionale dedicato al 1° centenario della morte di Rosmini (Stresa e Rovereto, 1955), e l’avvio nel 1973 − sempre in simbiosi con i Rosminiani − della pubblicazione dell’edizione critica delle opere di Antonio Rosmini, da poco giunta a compimento.

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