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Matt Mullican & la scatola delle foto
Arti visive · Arti e spettacoloSc 719

Matt Mullican & la scatola delle foto

di Michele Dolz

gennaio 2021

Da decenni la macchina fotografica è attrezzo indispensabile per un artista. Un po’ quello che era il taccuino degli schizzi in un tempo che sembra ormai molto lontano. Certo con il disegno bisognava essere parchi perché richiede tempo e tranquillità, mentre la fotografia è istantanea, si può fare senza pensarci troppo, ci si può rivolgere a qualunque cosa perché forse potrà servire. E tutto ciò amplificato esponenzialmente con l’avvento del digitale, che rende la foto immateriale e soprattutto gratuita.

Sì, ogni artista fotografa tanto. Ma che cosa sono questi scatti? Raramente sono opere finite, con o senza postproduzione. Il più delle volte sono suggestioni, curiosità, memorabilia, idee, mezze idee eccetera eccetera. Si finisce con cassetti pieni di foto (una volta) o con cartelle del computer colme d’immagini (oggi) che in sé stesse non hanno uno scopo preciso e che generalmente ci si vergogna di mostrare, fosse anche solo per il timore di tediare (le infinite proiezioni di diapositive…).

Ma che succederebbe se l’artista decidesse di esporre quel materiale informe? Forse farebbe risorgere il terrore delle diapo al ritorno da un viaggio, forse prosciugherebbe ogni residuo interesse dello spettatore, forse dimostrerebbe di essere un narciso, forse turberebbe esibendo un’intimità che a nessuno interessa, forse sarebbe stupido, banale, infantile. O forse ci consentirebbe di entrare nella sua mente e di navigarvi alla ricerca dei processi creativi. Sempre ammesso che tutto ciò valga la pena.

Collezionismo compulsivo

È un rischio che ha corso Matt Mullican a Milano. Nel 2018 aprì all’Hangar Bicocca la mostra più vasta della sua vita: oltre 5.000 metri quadrati. È una misura abnorme per chiunque, eppure stava benissimo in piedi e, cosa ancora più importante, attirava sia da vicino sia da lontano. Curata da Roberta Tenconi, si susseguivano in sapiente dislocazione i grandi banners, gli spazi colorati a terra come fossero campi sportivi e le infinte bacheche con foto e disegni. C’era un respiro di collezionismo compulsivo che contagiava il visitatore e lo spingeva a rovistare in quelle distese di materiale pur senza scopo.

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