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Mario Pomilio da riscoprire
Profili · Idee e storiaSc 730

Mario Pomilio da riscoprire

di Sabino Caronia

dicembre 2021

«Ogni finzione che mostri l’uomo in riposo morale è dissimile dal vero». La frase del Manzoni, cui è fatto riferimento nel saggio su Brancati che apre Contestazioni e richiamata nell’intervista con Franco Zangrilli su Italian Quarterly del 1985, è, come dice lo stesso Pomilio, un punto di riferimento e quasi il cuore della sua poetica. Morto il 3 aprile del 1990, Mario Pomilio era nato il 4 gennaio 1921 a Orsogna (Chieti).

Trasferitosi con la famiglia a Lanciano e quindi ad Avezzano, nel corso della Seconda guerra mondiale compì gli studi universitari alla Normale di Pisa, dove si laureò, nel 1945, con una tesi su Pirandello narratore.

Da Avezzano, dove iniziò la sua attività di insegnante e una breve ma intensa esperienza politica seguita da una crisi i cui riflessi si possono riconoscere nel romanzo La compromissione, si trasferì nel 1949, come titolare di Lettere nella scuola superiore, a Napoli, dove poi avrebbe sempre vissuto.

Tra la fine del 1952 e gli inizi del 1953 si pone il progetto di una raccolta di versi intitolata Gli emblemi, rimasti in buona parte inediti. È un tentativo, come dichiara l’autore, «di uscire dall’ermetismo battendo la strada di una poesia concettuale e, per l’appunto, emblematica».

Emblematico è lo spunto del primo romanzo, L’uccello nella cupola, del 1954: «Una sera mi balenò uno spunto: l’immagine d’un uccello rimasto chiuso in una cupola. In un primo tempo non voleva essere più d’una comparazione, l’inizio di una lirica, in un’ora di tensione febbrile mi s’arricchì di mille implicazioni e fu il punto di partenza d’una trama. Scrissi il primo romanzo, L’uccello nella cupola, tra il 1° maggio e il 20 giugno 1952».

Alla base del romanzo è appunto quella condizione umana che accomuna i protagonisti della vicenda rappresentata emblematicamente dall’uccello prigioniero nella cupola. Alla solitudine di don Giacomo, alla sua incapacità di trovare la strada per corrispondere con un atto d’amore al dramma umano di Marta, si giustappone la solitudine della donna, che si uccide come l’uccello rimasto imprigionato nella chiesa.

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