La forza del regno
Carlo Dragoni, L’ultima imperatrice della Cina, Iduna, Cinisello Balsamo 2021, pp. 204, euro 25.
La civiltà cinese, che oggi osserviamo nella sua variante comunista, è erede di una tradizione millenaria che negli ultimi duecento anni ha vissuto grandi sconvolgimenti. Carlo Dragoni presenta in questa biografia, che a tratti sembra quasi una cronaca storica, la figura di Tzu Hsi, l’ultima imperatrice della Cina, che ha governato dal 1862 al 1912. Pregio del libro è presentare un quadro complessivo delle tradizioni e dei costumi cinesi che, oltre a essere sempre ricordati all’interno della narrazione, è possibile approfondire con le due appendici a fine libro.
La figura di Tzu Hsi, poco nota a noi occidentali, è affascinante. Lan Kuei, Orchidea, nasce nel 1835in una famiglia nobile, ma non di alto rango, ed è scelta dall’imperatore Hsien Feng come concubina. Ma dopo aver dato alla luce il primo figlio maschio all’Imperatore e a seguito della morte del sovrano nel 1861, ottiene per la prima volta la reggenza, come tutrice del bimbo. Grazie a intrighi di palazzo orditi con l’aiuto di vari cortigiani e collaboratori, riuscirà a mantenere il potere fino alla morte. Questi cinquant’anni di regno, però, vanno a coincidere con gli ultimi del celeste impero, il quale entra in contatto con il mondo occidentale e, a causa di rivolte e guerre perdute, con la morte dell’imperatrice, diventerà una repubblica.
In particolare, il vecchio Buddha, soprannome che Tzu Hsi ottenne nell’ultima parte della sua vita data la grande saggezza e l’abilità nel prendere decisioni, dovette gestire la rivolta dei Taiping (1851- 1864) e quella dei Boxer (1899). La prima fu la guerra più sanguinosa del XIX secolo: tale Hong Xiuquan si era proclamato fratello e reincarnazione di Gesù Cristo, mettendosi poi a capo di un esercito e autoproclamatosi re del Regno della Grande Pace, condusse le sue armate contro l’impero stabilito il quale grazie anche all’aiuto delle potenze occidentali, riuscì a sedare la rivolta nel sangue, con milioni di morti. La rivolta dei Boxer fu una rivolta contro l’influenza colonialista straniera che degenerò in una sanguinosa guerra civile fra moderati e ultraconservatori, fra occidentali e nazionalisti, durante la quale il Vecchio Buddha riuscì a mantenersi in una posizione di mezzo, senza scontentare nessuna delle due fazioni, ma dovendosi piegare alla fine all’Occidente che non perdonò il suo appoggio ai rivoltosi.
Oltre ciò l’imperatrice resistette a tre colpi di stato, che furono sventati, ma che mostrano quanto poco unito fosse il paese sotto di lei e quanto gli eunuchi, ovvero i cortigiani, avessero rilevanza nelle decisioni e nel governo della Cina. Tzu Hsi morì con l’eleganza che sempre la contraddistinse, ormai anziana e spossata: probabilmente il colpo di grazia fu la morte dell’ultimo nipote, il giorno seguente, dopo aver presieduto alla consueta riunione mattutina, ella si sentì venire meno e si fece portare a letto dove morì serena.
Con il vecchio Buddha finì anche la dinastia Manciù-Qing, che aveva governato per quasi tre secoli, e si concluse la storia del celeste impero. La causa principale furono le frazioni con gli occidentali e l’inizio di un mondo a cui Tzu Hsi e la Cina rurale e imperiale non erano preparate: ciò che emerge dal libro, che va ben oltre la piatta narrazione dei fatti, è il carattere forte di una donna che si è saputa mantenere fedele alle tradizioni del suo paese e del suo popolo, ostile ai cambiamenti, pagando, alla fine, il caro prezzo che questa fedeltà comportava.





