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L'incredibile vita di Fëdor Dostoevskij. Colloquio con Paolo Nori

L'incredibile vita di Fëdor Dostoevskij. Colloquio con Paolo Nori

di Cinzia Bigliosi

marzo 2022

Paolo Nori esordisce nel 1999 con Le cose non sono le cose (Fernandel, Ravenna 1999, pp. 157, sip). Da allora ha pubblicato più di quaranta testi tra romanzi, antologie e il giallo Che dispiacere (Salani, Milano 2020, pp. 256, euro 16) che racconta di un giornale che esce solo l’indomani di una sconfitta della Juventus. Per diversi e importanti editori italiani ha anche curato la traduzione delle opere di Daniil Charms, Lermontov, Puškin, Gogol’, Turgenev, Velimir Chlebnikov, Gonĉarov, Tolstoj ed Erofeev. Con Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij (Mondadori, 2021, pp. 288, euro 18,50) Paolo Nori riesce in «un libro inaudito», come avrebbe detto Balzac, dove Dostoevskij e la sua incredibile esistenza (ingegnere frustrato, traduttore umiliato, giocatore sfortunato, scrittore dalle alterne fortune che cadde e si rialzò infinite volte) sono la travolgente lente attraverso cui leggere la vita dello scrittore, e la nostra di lettori e soprattutto di uomini. Paolo Nori costruisce un accerchiamento che ripercorre le strade tentate da Dostoevskij da un romanzo all’altro, le sue varie, disperate traiettorie, e, paragrafo dopo paragrafo, riesce a mettere sempre più a nudo Dostoevskij e lo stesso Nori, perché la grande letteratura è un coltello affilato che squarcia la realtà e a volte anche il cuore di chi legge.

In Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij si ricorda come Puškin sia stato lo scrittore più vicino al popolo russo. Possiamo dire che Dostoevskij sia lo scrittore più dentro all’uomo? È per questo che sanguina ancora? Io sono un appassionato di letteratura russa e il primo libro russo che ho letto è un romanzo di Dostoevskij, Delitto e castigo. Ero nella nostra casa di campagna, in provincia di Parma, avevo quindici anni e ho preso uno dei libri di mio nonno, che era quello che leggeva, in casa, senza sapere niente di questo Dostoevskji, e quando ho letto che il protagonista del romanzo, Raskol’nikov, si chiedeva «Ma io, quanto valgo? Sono come un insetto o sono come Napoleone?», mi sono fermato nella lettura e mi sono chiesto «E io? Quanto valgo. Sono come un insetto o sono come Napoleone?» e ho avuto l’impressione che quel romanzo lì, pubblicato 112 anni prima a tremila chilometri di distanza dal posto dove lo stavo leggendo, avesse aperto dentro di me una ferita che non avrebbe smesso tanto presto di sanguinare. Il titolo del romanzo è la risposta a quell’impressione di 43 anni fa. Quanto alla scrittura di Dostoevskij, Vasilij Rosanov ha detto che «Il miracolo della scrittura di Dostoevskij sta nell’eliminazione della distanza tra il soggetto (il lettore) e l’oggetto (l’autore), in forza della quale risulta il più familiare di tutti gli scrittori contemporanei, e, forse, anche di quelli futuri, di tutti gli scrittori possibili»; con il me stesso quindicenne è successo esattamente così.

All’inizio, Pennacchi

 In Sanguina ancora si ricorda come Antonio Pennacchi possa considerarsi all’origine di questo libro che la copertina definisce «romanzo». Ma è davvero un romanzo? Antonio Pennacchi è stato, negli ultimi anni, un amico, ed essere amico di una persona così generosa come Antonio è stata, per me, un’inestimabile fortuna. Antonio ha molto insistito, come sapeva fare lui, perché io scrivessi qualcosa di più grande, con un editore un po’ più grande, e, grazie alla sua insistenza, è saltato fuori questo libro che io credo sia un romanzo, e provo a spiegarti il perché. Se penso al romanzo più romanzo, tra tutti i romanzi che ho letto nella mia vita, mi viene in mente Guerra e pace. Guerra e pace, per me, è l’archetipo del romanzo, il romanzo più romanzesco di tutti. E sono rimasto di stucco quando, qualche anno fa, ho letto che la critica principale che fecero a Guerra e pace in Russia, immediatamente dopo la sua uscita, era il fatto che non fosse un romanzo. Perché mischiava personaggi reali, come Kutuzov e Napoleone, con personaggi di fantasia, come Pierre Bezuchov e il principe Andrej. Allora mi sembra che i romanzi che escono oggi, quelli che tra centocinquant’anni verranno considerati i romanzi caratteristici degli anni Venti del ventunesimo secolo, forse sono dei libri che a noi non sembrano tanto romanzi. Scrivere un romanzo in senso tradizionale, oggi, significa scrivere un romanzo ottocentesco; forse mi sbaglio, ma credo che Tolstoj, oggi, non riscriverebbe Guerra e pace nel modo ammirevole in cui l’ha scritto, ma in un altro modo altrettanto ammirevole ma più sorprendente, per noi contemporanei, forse.

Il romanzo inaudito
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