L'incanto nel Paese delle pietre urlanti. Lettere dall'Armenia
gennaio 2022
Siamo seduti a bordo strada, nella parte centrale del pianoro. Alle spalle, sopra di noi, un gruppo di quelle strane montagne d’Armenia, piatte e senza cime svettanti. Paradossalmente, tutto il contrario dell’Ararat, che delle montagne armene è la più famosa anche se da un secolo finita – un confine invalicabile – nello spazio turco (potere delle Cancellerie al tempo della dissoluzione degli Imperi). Unica e anomala, con la sua immensa forma a cono.
Davanti a noi, il pianoro s’allunga a ovest in una perfetta piattezza: una splendida piccola pianura, appesa a circa 1.000 metri. Un paesaggio ai miei occhi affascinante e strano, organizzato in grandi tavolati orizzontali, scaglionati ad altezze diverse – apparentemente in modo caotico, ma in realtà secondo una precisa storia vulcanica – e separati da profonde vallate scolpite al rasoio, con versanti pietrosi che scapicollano verticali per decine o centinaia di metri. L’apertura di sguardo è sterminata, i colori vanno dal nero al rossastro per le rocce, il verde riservato ai prati e alle faggete d’alta quota, ai fondivalle golenali. Sui pianori, un mare giallo: si sta raccogliendo il grano, «il» cereale armeno, coltura staple per la produzione delle sfoglie di lavàsh, «il» pane armeno: «Un pugno di grano nel tuo palmo lascia che io metta, valoroso figlio mio…», fa dire a una madre nel Canto del pane Daniel Varujàn, uno dei grandi poeti armeni trucidati nella mattanza genocida del 1915. Grano: alimento essenziale e sacro.
Un paesaggio vulcanico e roccioso che, esteso dalla Turchia orientale all’Azerbaigian occidentale, ha costituito nei secoli la base fisica della territorialità armena (l’«Acrocoro Armeno» degli atlanti…) e che tanto straniava e affascinava Osip Mandel’štam, il grande poeta russo: ne trasse ispirazione per scrivere il Paese delle pietre urlanti («Le pietre, quelle dei monasteri, dei kachqar (croci di pietra) e delle rocce impervie dell’altopiano prendono vita e lanciano grida», ha chiosato Pietro Kuciukian, ricordando la situazione ancora drammatica e irrisolta di questa terra e di questo popolo), di Paese dai colori dell’argilla e della cenere, che ha avuto la forza di sopportare «i Sardari dalla barba rossa», alludendo così in chiave poetica ai secoli di lotta con le grandi potenze limitrofe e alla capacità di sussistere, ciononostante.
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