Nuova economia
F. Lopresto, L’economia tra realismo e utopia, Efesto, Roma 2020, pp. 384, euro 18.
Negli ultimi due secoli, l’economia da scienza morale si è trasformata in tecnica, con l’impiego crescente della matematica. L’economia è invece una scienza morale che studia i comportamenti dell’uomo e che ha quindi la persona al centro dello sviluppo. Lo sapeva molto bene A. Smith, comunemente ritenuto il fondatore dell’economia politica, ma che ha insegnato filosofia morale e che ha scritto, prima della Ricchezza delle nazioni, la Teoria dei sentimenti morali. Questa idea della natura morale dell’economia l’avevano sostenuta, ancor prima di Smith, insigni economisti italiani, come ad esempio Antonio Genovesi, titolare della prima cattedra italiana di economia politica all’Università di Napoli. Non possiamo non citare il grande economista inglese J.M. Keynes che ha affermato con decisione che l’economia è una scienza morale, rifiutando l’utilitarismo e la visione meccanicistica dell’homo economicus, privo di sentimenti e solo orientato alla massimizzazione dei vantaggi. Keynes ha sostenuto che per essere un buon economista bisogna avere ben combinate tra loro quattro qualità: basi matematiche, storiche, filosofiche e sensibilità da statista. Ma lo strumento matematico ha preso il sopravvento, impoverendo lo sviluppo dell’economia come scienza morale.
Sul progressivo orientamento dell’economia in senso tecnico, con l’utilizzo crescente degli strumenti matematici, ha certamente influito il diffondersi del calcolo infinitesimale nato con Newton e Leibniz intorno al 1700. La scuola marginalista in economia si è sviluppata lungo il pensiero di questi due grandi scienziati, con conseguenze fondamentali sulle teorie del valore e della distribuzione: la teoria marginalista in contrapposizione alla teoria del valore lavoro di Ricardo e Marx. Il libro di Lopresto si colloca in questo scenario e costituisce una interessante strumento offerto soprattutto ai giovani, per uno studio dell’economia non solo su basi tecniche ma anche su basi morali e culturali, con al centro l’uomo e i suoi comportamenti.
Nel volume sono illustrate in modo chiaro e rigoroso le forze che generano lo sviluppo economico: il progresso tecnico, la domanda, la distribuzione del reddito tra i fattori della produzione, con i contributi fondamentali di Schumpeter, Keynes, Smith e Marx. Queste tre forze devono agire in modo sinergico per evitare il grave problema delle disuguaglianze e della stagnazione dell’economia. Si sottolinea con forza che la ricchezza si accresce non difendendola ma diffondendola in tutta la popolazione. Efficienza ed equità possono essere coniugate assieme dal lato della produzione e della distribuzione della ricchezza. Lopresto affronta, nelle varie parti del libro, lo sviluppo del pensiero economico e l’economia nel suo manifestarsi concreto, offrendo esempi interessanti di politiche economiche e monetarie. Si confrontano le politiche monetarie della Federal reserve americana e della Banca Centrale Europea (BCE): si tratta di politiche monetarie non convenzionali attuate spingendo i tassi di interesse su valori nulli o negativi, acquistando enormi quantità di titoli sui mercati secondari con fortissime creazioni di moneta, mandando sul mercato annunci per influenzare le aspettative. Su questo piano della politica monetaria, le differenze tra le due banche centrali sono praticamente inesistenti, salvo la riluttanza della Federal reserve a spingere i tassi di interesse di policy in area negativa. Le grandi differenze esistono invece sul piano delle politiche fiscali: molto incisive nel caso americano e assenti nel caso dell’Unione Europea. Tutto questo si è tradotto in un tasso di disoccupazione nell’Unione Europea all’incirca doppio di quello americano.
Lopresto mette in evidenza l’inopportunità dell’obbligo del pareggio dei bilanci pubblici nei paesi dell’Unione Europea, addirittura con inserimento in taluni casi di tale disposizione nelle leggi fondamentali. Lopresto sostiene la discutibilità di quest’obbligo anche in relazione al fatto che con il Trattato di Maastricht è consentito agli Stati membri un deficit di bilancio fino al 3% del prodotto interno lordo. Aggiungo che gli scostamenti di bilancio, necessari per fronteggiare la crisi sanitaria, hanno relegato in soffitta questa prescrizione. Non si è compreso, peraltro, che le politiche fiscali in regime di cambi fissi tra gli Stati aderenti all’euro, sono indispensabili per non condannare le economie al ristagno. E questo vale soprattutto per l’Italia che ha mostrato, negli ultimi vent’anni, tassi di crescita modesti. La peggiore combinazione, per la crescita del reddito e dell’occupazione, è tra politiche monetarie espansive, politiche fiscali assenti, cambi fissi come nel caso dei Paesi che fanno parte dell’euro. La BCE, attraverso i suoi Presidenti, ha spesso rimarcato il fatto che tutto il peso non può ricadere sulla politica monetaria e che per lo sviluppo è indispensabile la politica fiscale. La grande quantità di moneta creata dalla BCE, a tassi di interesse nulli o negativi, con un’espansione senza precedenti del lato attivo del suo bilancio, si è diretta non verso il settore reale dell’economia, come si sperava, ma verso il settore finanziario. Le banche hanno preferito comprare titoli piuttosto che fare credito alle famiglie e alle imprese, con guadagni sicuri e rischi limitati. In questo modo è venuto meno il contributo fondamentale del sistema bancario alla crescita e all’occupazione, sostenendo un processo deflazionistico che penalizza i debitori e la domanda di consumi e di investimenti. Processo questo analizzato negli anni Trenta dall’economista americano I. Fisher.
Lopresto affronta anche temi più generali come quello del merito e delle classi sociali. Si rifiuta l’equazione del merito come risultante del quoziente di intelligenza e dell’impegno. Il tema dell’uguaglianza e delle disuguaglianze è molto sentito e si respira in tutto il libro, con riferimenti particolari al pensiero di Sen, Marx, e Nagel. Nascono in questo modo interrogativi fondamentali come: Uguaglianza di reddito? Uguaglianza di opportunità? Altri tipi di uguaglianza? Sen distingue in modo rigoroso tra i diritti e la capacità effettiva di esercitarli (capability). Per non parlare delle classi sociali: sono mobili o sono rigide secondo la visione marxista? Un grande economista italiano come Sylos Labini afferma che nel caso dell’esperienza italiana le classi sociali hanno mostrato una significativa mobilità, soprattutto nel periodo del «miracolo economico». Occorre pertanto interrogarsi sulla relazione tra sviluppo economico e mobilità delle classi sociali. Su tutti questi temi possiamo avere risposte diverse da quelle indicate nel libro di Lopresto. Ma questo è un bene e non un male.
Interessante è la chiave di lettura che Lopresto dà dell’economia, alla luce dell’Antico e del Nuovo Testamento. Possiamo interpretare i 50 anni del Giubileo (sette per sette più uno) come spiegazione ante litteram della teoria del ciclo economico, di cui abbiamo l’analisi nella monografia di Schumpeter del 1939. Ci sono i cicli economici triennali di Kitchin, quelli novennali di Juglar e i cicli lunghi cinquantennali di Kondratieff. In occasione del Giubileo venivano cancellati i debiti e il debitore poteva ritornare in possesso dei suoi beni. Per il Nuovo Testamento, viene citata la parabola dei vignaioli che vengono presi a giornata dal padrone nell’undicesima ora e sono pagati un denaro come gli operai della prima ora. Un esempio di uguaglianza e di riconoscimento della dignità del lavoro umano. Un punto fondamentale da evidenziare del libro di Lopresto è il rapporto tra etica ed economia, che si è perso nel corso dello sviluppo della scienza economica. È da questa frattura che nasce la concezione dell’economia come tecnica, in contrapposizione all’economia come scienza morale. Risiede qui, credo, il significato più interessante del libro di Lopresto che è infine è molto utile per discernere, nell’attuale dibattito sul predominio della tecnica, il passaggio dalle rivoluzioni industriali del secondo millennio alla rivoluzione digitale e al mondo dell’intelligenza artificiale del terzo millennio. Ma dove ci porterà il pensiero del transumanesimo e del post-umanesimo con il predominio della tecnica? Sul piano dei valori, non tutto quello che è tecnicamente possibile è anche etico. Per questo Benedetto XVI ci ricorda che è «urgente una formazione alla responsabilità etica nell’uso della tecnica». Quali esiti potrebbe avere l’intelligenza artificiale? Creare dei robot che pensano e che potrebbero quindi giungere alla distruzione dell’uomo? Si violerebbe, tra l’altro, la prima legge di Asimov sulla robotica. Il cogito ergo sum potrebbe valere anche per i robot super intelligenti? Possiamo immaginare un robot religioso che pensa alla sua dimensione trascendente? La tecnica è frutto dell’intelligenza dell’uomo e questa è una scintilla dell’intelligenza infinita di Dio. Senza questa visione umanistica dell’homo religiosus non c’è scampo. È fondamentale la duplice dimensione dell’uomo: il suo rapporto trascendente con Dio e i rapporti tra tutti gli uomini, improntati a uno spirito etico libero e responsabile. L’etica laica ha una sola dimensione e per questo è debole arrendendosi al fascino della tecnica con il post-umanesimo. L’etica religiosa ha invece due dimensioni e per questo è forte, ma deve essere fatta valere con determinazione da tutti gli uomini di buona volontà. Solo un nuovo umanesimo ci può salvare.





