Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Vincenzo Latronico, Le perfezioni
Vincenzo Latronico, Le perfezioni

Le perfezioni di Vincenzo Latronico

di Claudio Barbati

luglio/agosto 2022

Prove di umanità

Vincenzo Latronico, Le perfezioni, Bompiani, Milano 2022, pp. 140, euro 16.

Romano, anni, una carriera di rispetto, con quattro romanzi all’attivo ma notevolissime energie destinate a ritraduzioni o riedizioni di classici stranieri, molti riconoscimenti e premi di prestigio, un ruolo di didatta alla Scuola Holden di Torino e una vita a metà fra l’Italia e Berlino, Vincenzo Latronico è sicuramente una delle figure centrali della nuova scena letteraria. Con il suo ultimo libro, Le perfezioni (Bompiani, pp.140, euro) si incarica di fornirci uno specchio attendibile della generazione dei trenta-quarantenni di oggi: una generazione per cui vita esteriore e interiorità hanno stabilito non un nuovo connubio, ma una sorta di identità-ossessione che spazza via tutto il resto, col risultato di vivere eternamente in posa di fronte a sè e agli altri, in una sorta di Instagram perenne.

Si parla da tempo di “generazione social” per definire il fenomeno, che dal computer e da Internet passa per tablet e cellulari e a modo suo si esprime, si ribadisce e si ri trae nella “dialogizzazione” digitale delle reti social, intese come basso continuo e conferma incessante dell’esistere. Il modo in cui si en tra in contatto col mondo e con gli altri è definitivamente cambiato negli ultimi venti anni. Su tale cambiamento si sono scritte milioni di pagine, eppure continuiamo a capire assai poco di questo modo nuovo di lavorare, viaggiare, amare, realizzarsi.

Il libro di Latronico, ovviamente, più che spiegare il modo nuovo di esistere e stare al mondo, lo osserva, lo analizza e lo simboleggia. E dico subito che il risultato non è meno agghiacciante. La storia – si fa per dire, dal momento che le voci interiori e persino i dialoghi làtit ano del tutto – è quella di una giovane coppia di italiani espatriati a Berlino, che una mossa dopo l’altra si costruiscono un’esistenza che i più giovani di noi definirebbe ro perfetta, invidiabile. Un’esistenza che a parte i confort essenziali – casa, studio, strumenti di lavoro – non conosce alternative se non gli incontri nei caffè, i riti della nutrizione e certi curiosi svaghi sessuali nei locali ad hoc.

Nella babelica e fascinosa metropoli tedesca i due, Anna e Tom, lavorano nel campo della grafica compu terizzata: progettano, a pagamento, le forme dell’esistere, cioè i connotati autocelebrativi di imprese, ristoranti, catene di alberghi, ecc. Dei loro connotati personali non sappiamo nulla. Berlino, la California ma anche Lisbona sono gli ovvii scenari di riferimento, i luoghi in cui si spostano, o vorrebbero spostarsi. Tutto il resto rientra nella minuziosa partita doppia delle carriere personali, quella che alla fine sembra inclina re la bilancia delle loro vite verso l’I- talia d’origine, dove li attende alla prova il restauro e la gestione di una masseria.

Cadenzata e fredda come un metronomo, speziata di termini tecnici e di espressioni anglofone, la prosa di Latronico procede imperturbata a cogliere manie, mode e fissazioni estetiche della generazione forse più cosmopolita di sempre, che si alternano in modo perverso alla lista di fesserie e di atrocità che ci raggiungono ogni giorno (si pensi al traffico di migranti sulle rotte mediterranee), senza nessuna soluzione di continuità.

Un esempio: «Capre in equilibrio impossibile su una scogliera o su una palletta autostradale. Un vortice di squali in cielo. Una donna famosa che spruzza un arco di champagne all’indietro oltre la propria testa in un bicchiere in bilico sul coccige. Le immagini gli rischiaravano il volto nella stanza buia al momento di impostare la sveglia per l’indomani. Facce di sconosciuti. Facce di criminali avvenenti. Fette di avocado».

E ancora: «Di ritorno da una cena a casa di amici Anna e Tom recensivano spesso ogni dettaglio delle pietanze, ma ciò che li animava non era spirito di competizione. Era un apprendistato comune. Il cibo era a tutti gli effetti una dimensione della loro cultura e ne discutevano tra loro come nelle generazioni passate si era discusso di cinema, di libri, di politica. Contribuiva a definire chi erano. Gli im piattamenti meglio riusciti venivano fotografati, taggati, condivisi. Le immagini attraversavano il pianeta rimbalzando per la bassa orbita o sfrecciando lungo le dor sali oceaniche e arrivavano sugli schermi dei loro coetanei a Lione e a Helsinki e a Valencia, che le osservavano rapidamente incantati dalle differenze. Poi premevano una combinazione di tasti impressa nella loro memoria muscolare e tornavano a lavorare, dai tavolini dei caffè con un ottimo Wi-Fi e i menu del giorno scritti sull’arde sia e le aloe tentacolari. Un uovo diventava più famoso del Papa. Un virus contagioso devastava l’Africa occidentale. Un miliardario si rovesciava un secchio di ghiaccio in testa. Un marchio di moda sfruttava le tessitrici dell’est asiatico. Una ragazza registrava tutte le volte che la fischiavano in strada. Due afroamericani venivano uccisi dalla polizia. Un uomo filmava primi baci. Un aereo spariva sulla rotta per Pe chino. Una donna era bella. Una casa piena di piante era bella. Una quiche vegana era bella. Un bambino aveva bisogno di soldi per la chemio. Il tempo spariva».

Come si vede, Latronico si limita a osservare e a mostrarci. Che cosa? In termini di letteratura, la nuova intimità, il nuovo monologo interiore, il nuovo stream of consciousness. Insomma, il Dna ormai modificato della generazione che oggi tiene la scena, la nuova interiorità a cui è stata ridotta attraverso l’editing genetico di massa provocato dalla rivoluzione digitale. Siamo tutti avvertiti e siamo ancora in tempo per assicurarci i rime di, gli antidoti necessari.