Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Copertina del numero di Studi cattolici

Le odi (a cura di Flavio Ferraro di John Keats

di Daniele Gigli

luglio/agosto 2021

Poeti a confronto

John Keats, Le odi (a cura di Flavio Ferraro, Delta3, Grottaminarda 2021. pp. 56, euro 10.

Se la traduzione normalmente può pensarsi come un atto di servizio, il tentativo di edificare un ponte che avvicini l’opera straniera alla nostra lingua madre, in poesia – tanto più nelle diffusissime lingue indoeuropee – il motivo è più facilmente inverso: appropriarsi, cioè, di una lingua altra, farla propria, violarne le strutture per restituirle in forma e senso propri.

In questo senso, la bella traduzione di Flavio Ferraro delle Odi di Keats osa meno di quanto potrebbe. Ferraro è poeta e saggista acuto e non banale, come non banale è la prosa giornalistica dei suoi assidui interventi di critica sociale: per questo avremmo preferito che nella sua versione si trattenesse meno, che puntasse con maggiore incoscienza alla riedificazione di un mondo immaginale, piuttosto che a una sua traslazione. Anche perché quando lo fa gli esiti sono alti e il testo a fronte mette a confronto non un autore e il suo traduttore, ma due poeti – di storia e stature diverse, ma comunque colleghi – che si sfidano nell’incarnazione di una verità data. Lo vediamo nel canto d’amore e di devozione per Psiche – «Oh tu più splendida! Sebbene sia troppo tardi per gli antichi voti, / tardi, troppo tardi per la fede della tenera lira, / quando sacri erano i rami della foresta animata, / sacra l’aria, l’acqua e il fuoco» (Ode a Psiche, p. 23) – o nel fremito d’invidia per l’usignolo spensierato che non conosce i patimenti dell’uomo: «Svanire lontano, dissolvermi, e dimenticare del tutto / ciò che tu tra le foglie mai conoscesti, / la stanchezza, la febbre e l’ansia, / qui, dove ogni uomo siede e ascolta il lamento dell’altro» (Ode a un usignolo, p. 25). O ancora, nell’allocuzione ammirata all’urna greca e ai suoi misteri: «Tu sposa ancora inviolata della quiete, / figlia adottiva del silenzio e del tempo tardivo, / narratrice silvana, che una favola fiorita / racconti, più dolce dei nostri versi: / quale leggenda ornata di foglie anima la tua forma, / dèi o mortali, o entrambi, / a Tempe o nelle valli d’Arcadia? / E quali uomini o dèi son questi? Quali fanciulle esitanti? / Quale folle inseguimento, quale lotta per sfuggire? / Quali flauti e tamburi, quale estasi selvaggia?» (Ode su un’urna greca, p. 31). Sono assaggi del molto bello e del molto bene che questo librino ha da offrire a quanti lo leggeranno. Un molto bello e molto bene espresso da Ferraro anche nella sua introduzione, che con precisione e stringatezza chirurgiche illustra i punti essenziali dell’opera keatsiana. Un’opera in cui «poesia e catabasi sembrano coincidere», mentre le cose si fanno «attingibili solo nella forma dell’evocazione funebre» e la «terra sommersa» diviene, nell’opera del poeta, «terra che salva [...] unica fede concessa all’uomo moderno» (p. 11). Sarà così? Sarà davvero quella nella bellezza, l’unica fede non mostrificata concessa all’uomo contemporaneo? Non solo la bellezza, forse, ma la bellezza giudicata – una memoria e una tradizione a conservare l’antico e illuminare il nuovo: «Quando il tempo avrà distrutto questa età / tu resterai, in mezzo a un dolore diverso / dal nostro, amica dell’uomo, a cui dirai / “bellezza è verità, verità è bellezza” – questo sulla terra / è tutto ciò che sapete, e questo solo vi occorre».