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Lorenzo Revojera, Le fragole dell’Alpe Devero
Lorenzo Revojera, Le fragole dell’Alpe Devero

Le fragole dell’Alpe Devero di Lorenzo Revojera

di Marco Dalla Torre

marzo 2021

Montagna amica

Lorenzo Revojera, Le fragole dell’Alpe Devero, Persico Edizioni, Cremona, pp. 98, euro 25.

Lorenzo Revojera è nome noto tra gli scrittori di montagna, soprattutto come storico. Quello che, da poche settimane, è approdato in libreria è invece un romanzo: Le fragole dell’Alpe Devero.

Ogni storia ha bisogno di un «innesco»; in questo caso fu la sciagura alpinistica dell’agosto 1995 sul K2, che vide la morte della fortissima britannica Alison Hargreaves e di altri sei alpinisti. Il tempo stava cambiando, ma la pressione degli sponsor e della celebrità ebbe la meglio sul realismo e sulla prudenza: non il primo né l’ultimo azzardo in nome di un movente «commerciale»: «Mi domandai – scrive Revojera nella postilla finale – se è possibile che l’alpinismo si avvicini sempre più, con protagonisti come Alison, alle gare di formula uno, alle competizioni veliche d’altura o diventi oggetto di commercializzazione» (p. 95). L’autore è, però, uomo di speranza e di buon senso, non incline alla sterile lamentela. «Nutrivo però, e nutro tuttora, la ferma convinzione che esiste – ed esisterà sempre – un grande numero di persone che arrampicano e percorrono le montagne spinti dalla semplice ed esclusiva necessità di soddisfare una propria esigenza interiore, totalmente estranea a calcoli e interessi materiali; e che fra loro si trovano – e si troveranno sempre – alpinisti “classici” di primo piano» (p. 96). Lui stesso ha percorso così, per decenni, le montagne. Senza perderne mai il fascino.

La tessitura di questo romanzo si radica proprio in questa concezione di un alpinismo ammirato, grato e disinteressato. Storia di fantasia, ma chi conosce bene l’autore sa scoprire tanti particolari da lui vissuti. Egli stesso ammette di raccontare una storia «che non è priva di lati autobiografici» (p. 96). A partire dalle montagne descritte, tutte conosciute, salite e amate; in primis il gioiello dell’Alpe Devero, che l’autore sa tratteggiare in tutto il suo incanto. Ma, come ogni buona storia, questo non è un «romanzo a tema». Ho raccontato il «detonatore», ma il racconto può farne benissimo a meno: la storia è molto realistica, equilibrata e raccontata con una delicatezza che a tratti commuove. La nascita e lo sviluppo di una grande passione alpinistica che va di pari passo alla maturazione di Mariolino, che conosciamo ragazzetto e che lasciamo uomo sposato.Centrale nella maturazione del protagonista, un amico più grande che lo inizia al senso dell’alpinismo. A lui l’autore mette in bocca quello che è il suo modo di intendere questa attività tanto straordinaria: «Andare in montagna sul serio, fare alpinismo, è un gioco; un gran bel gioco... un gioco per persone grandi che dentro vogliono restare freschi come ragazzi, come te, Mariolino. Ecco perché qui è facile intendersi fra adulti e ragazzi» (p. 26). Anni dopo, sotto la Nord-Est del Pizzo Badile, Mariolino, parlando proprio di lui ad Attilio, l’inseparabile compagno di cordata di quegli anni, ricorda: «Con lui, l’ascensione – facile o difficile – non si limitava a compiere un programma, a “risolvere un problema” come si dice, ad arrivare in vetta. Diventava un fatto umano, non solo sportivo, serviva a capire meglio quello che facevi, rafforzava l’amicizia» (p. 76).Proprio questo grande senso dell’amicizia mi pare sia il vero protagonista del romanzo, prima ancora – o forse grazie all’alpinismo.