
Per il nuovo romanzo di Alessandro Zaccuri, Poco a me stesso (Marsilio, Venezia 2022, pp. 240 euro 16), cominciamo proprio dal titolo. Viene dall’Autoritratto che il Manzoni sedicenne tracciò nel 1801. Lo trascrivo integralmente per documentare che fin da ragazzo il futuro don Lisander aveva il talento per i versi brutti, indole che lo accompagnerà in età adulta (per sua e nostra fortuna, quando egli si tufferà nel romanzo lascerà perdere la poesia).
AUTORITRATTO
Capel bruno, alta fronte, occhio loquace,
naso non grande e non soverchio umile,
tonda la gota e di color vivace,
stretto labbro e vermiglio, e bocca esile;
lingua or spedita, or tarda, e non mai vile,
che il ver favella apertamente, o tace;
giovin d’anni e di senno, non audace;
duro di modi, ma di cuor gentile.
La gloria amo, e le selve e il biondo Iddio;
spregio, non odio mai, m’attristo spesso;
buono al buon, buono al tristo, a me sol rio.
A l’ira presto, e più presto al perdono;
poco noto ad altrui, poco a me stesso;
gli uomini e gli anni mi diran chi sono.
Zaccuri ha estratto con le pinzette la seconda parte del penultimo verso (il meno brutto) e ne ha fatto il titolo di un romanzo tutto giocato, appunto, sull’identità.
Un romanziere, un romanziere vero, non si limita a inventare una trama e dei personaggi, inventa, propriamente, una lingua. L’ha fatto il Manzoni, l’ha fatto mimeticamente Mario Pomilio in quell’insuperato capolavoro che è Il quinto Evangelio. Zaccuri ha teorizzato il procedimento, ed è un piacere ascoltarlo nella finale Giustificazione e congedo: «Troppo spesso al romanzo è stata attribuita un’infallibilità da oracolo, per cui una storia sarebbe da ritenersi vera per il solo fatto di essere raccontata. Il che è purtroppo inverosimile, e dunque estraneo a domino del romanzo, che del verosimile si occupa, e non del vero. La lingua, in questo processo, è molto di più di uno strumento del quale servirsi. È una dimensione del racconto e, in quanto tale, partecipa delle incertezze del racconto stesso, esaltandone la capacità di interrogazione. In breve, ne certifica i dubbi. Ogni romanzo non solo ha la sua forma irripetibile, ma rivendica per sé la necessità di una lingua peculiare».
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