Mille voci & città
Jan Brokken, L’anima delle città Iperborea, Milano 2021, pp. 334, euro 19.
Che cosa pensava Giorgio Morandi, mentre passeggiava lungo le vie di Bologna all’ombra di portici magnifici – quasi nascosti, astratti, nella brezza della realtà? E su che cosa meditava il filosofo giapponese Kitarō Nishida, percorrendo un sentiero alberato a Kyoto? L’anima di una città appartiene a tutti coloro che sanno ascoltare la voce delle cose e dei luoghi. È un dono ricevere le confidenze degli spazi fisici, e Jan Brokken (Leiden, 1949), scrittore e viaggiatore olandese, ama fare lunghe passeggiate nel suo nuovo libro. Sempre alla scoperta della bellezza e di nuove visioni. Certo, come scrive Proust, il vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi. Le cose vanno lette così come sono, amate così come appaiono. Forse non bisogna andare molto lontano, per trovare sé stessi; e Morandi lo sapeva bene – trascorse tutta la sua vita a Bologna, viaggiò pochissimo. Brokken capisce la scelta di Morandi (quando si è nati in una città come Bologna non si sente il bisogno di visitare il mondo, dice), ma non la condivide. Di viaggi, lui, ne ha fatti tanti, da Parigi a San Pietroburgo, da Bergamo a Kyoto, e molti dei suoi racconti sono raccolti proprio in questo libro che è un diario di personaggi e di riflessioni, un percorso che si muove come l’acqua che scorre. Ma «l’acqua che scorre non torna mai alla fonte, come un fiore non tornerà mai più sul ramo»; da un viaggio si ritorna diversi, sempre diversi; arricchiti, ma diversi. Da un viaggio – potremmo aggiungere – non si ritorna più; non si è più come prima, in effetti. Brokken riconosce che gli uomini, dappertutto, tentano di trovare la loro esistenza viaggiante all’interno della quotidianità urbana e, privata. Morandi, solitario e abitudinario, «a Bologna dipingeva sempre gli stessi vasi, brocche, bottiglie, ciotole, sempre in quei colori tenui. Alle sorelle chiedeva di non spolverare mai gli oggetti che aveva nel suo atelier. Su alcune brocche e bottiglie riposava la polvere di dieci, quindici anni. La polvere rende opachi i colori. Morandi voleva fuggire dal suo tempo. Non dalla sua città, ma dal periodo in cui viveva. Voleva tornare al passato». I soggetti delle sue tele sembrano fuggire via, in un tempo del tutto inesistente, visibile solo per un attimo dentro il dipinto. È questo il viaggio di cui parla l’autore del libro, un viaggio fatto di squarci di infinito, di nomi e di simboli, segregato dentro la nostra vista, nella cecità di uno spazio che non comprendiamo bene. Come il giardino di Calvino che si affaccia solo sul lago della mente, l’anima dei viaggi non è necessariamente fisica, e spesso contempla sé stessa dentro l’anima della fantasia.





