Nel profilo del suo sito internet, Ugo Borghello si definisce «teologo dilettante». Occorre togliere all’aggettivo ogni connotazione negativa di un lavoro fatto a tempo perso o senza rigore critico. In realtà, per tutta la vita egli ha realizzato i compiti di un teologo impegnato nella direzione spirituale di molti fedeli, continuando a elaborare nuova cultura. «Dilettante» si può intendere nel senso di non essere condizionato dai teologi accademici, che talvolta difendono l’insegnamento corporativo di certe scuole, divenendo critici degli orientamenti non riconosciuti dalla corporazione di appartenenza.
L’ultimo libro di Borghello si intitola Laicità e Cristianesimo. Riconsiderare il rapporto tra natura e grazia per una maggiore efficacia culturale (Apes, Roma 2021, pp. 592, euro 22).
Nella premessa si avverte il lettore che deve dimostrarsi davvero interessato ai temi trattati per non correre il rischio di rimanere deluso. In realtà, il libro è del massimo interesse per chi vigila sulla qualità delle proprie idee in mezzo al guazzabuglio di una cultura dominata dalla dittatura del relativismo.
Il trascendentale delle donalità
Una prima idea è la proposta di introdurre un nuovo trascendentale dell’ente, oltre l’unità, la bontà, la verità, la bellezza. Si tratta della nota dottrina, iniziata da Aristotele e completata nel XIII secolo da Filippo il Cancelliere della Sorbona di Parigi. L’ente contemplato nella sua interezza è uno, vero, buono, bello, ma Ugo Borghello suggerisce di aggiungere anche che è donato a ciascuno di noi dalla complessa struttura delle cose che ci circondano. Infatti, la creazione è il prodigio più grande, per la presenza dell’universo in luogo del nulla che sarebbe molto più semplice. La natura che ci circonda, e che ora è oggetto di tanta attenzione a causa del pericolo di inquinamento che distrugge ambienti e animali a causa di attività umane dissennate, è un dono che il credente attribuisce a Dio, mentre altri invocano Gea o altre astrazioni, cercando di arruolare anche san Francesco. La nostra letteratura inizia col Cantico delle creature comprendente le stelle «clarite et belle», il «nubilo et sereno», il «focu» che illumina la notte e perfino «sora nostra morte corporale» che ci permette l’incontro con Dio. Viene spesso ricordato l’episodio delle tortore condotte al mercato da un contadino che san Francesco fa acquistare da un benefattore per poi liberarle. Ma Francesco non era un animalista: era un entusiasta che per la prima volta osservava le tortore, trascurando il loro valore alimentare. Rimase colpito dal colore del piumaggio, dal tubare, dalla grazia del loro volo, perché tutto ciò gli rendeva presente l’Autore di quel prodigio, la sua azione incomparabile. Perciò egli non era un animalista, era un innamorato di Dio che riversa tanto splendore anche in un umile uccello. La «donalità» potrebbe permetterci di essere sempre riconoscenti e vigili per non perdere la «meraviglia» che Aristotele considerava l’inizio del filosofare.
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