La strada, la bisaccia e la pipa. Scritti di montagna di Manara Valgimigli
giugno 2023
Voce tra i monti
Manara Valgimigli, La strada, la bisaccia e la pipa. Scritti di montagna, Lindau, Torino 2022, pp. 124, euro 14
La fama di classicista che Manara Valgimigli (1876-1965) ebbe in vita permane a quasi sessant’anni dalla morte. Docente nel le Università di Messina, di Pisa e di Padova, concluse la sua carriera professionale come direttore della Biblioteca Classense di Ravenna, a cui donò la sua vasta biblioteca personale. Ancor oggi non poche delle sue magistrali traduzioni (Sofocle, Eschilo, Saffo, Platone, Aristotele) vengono usate, nei testi scolastici come a teatro.
Si occupò meno di letteratura contemporanea, anche se a lui si deve l’edizione nazionale dell’epistolario di Carducci, quella dei Carmina di Pascoli e delle opere di Vincenzo Monti.
Nel 1988 a Bagno di Romagna, il suo paese natale, fu costituita l’Associazione Centro Studi Valgi migliani e il suo direttore, Roberto Greggi, ha nel tempo curato l’edizione critica di parecchie opere.
Tra le altre, per le Edizioni “La Mandragora” di Imola, l’edizione criticamente accertata delle raccolte di elzeviri di Valgimigli: Il mantello di Cebète (1999), Colleviti (2003), Il fratello Valfredo (2009).
Specie nel dopoguerra con una certa frequenza Valgimigli pubblicava tali testi, in volumi collettanei o in riviste (ad esempio “Pègaso”, “Le Tre Venezie”, “Stile”) o quotidiani (con regolarità sulla terza pagina de “Il Resto del Carlino”, ma anche altri, come “La Gazzetta del Popolo”).
L’idea della raccolta di cui si parla in queste righe, uscita la scorsa estate, nacque una venti na di anni fa in un dialogo a tre: Greggi, Marino Biondi, che ha firma l’introduzione di questo come dei precedenti volumi, e il figlio minore di Valgimigli, Giorgio (1916-2005), loro “indimenticabile amico”. I curatori la definisco no, quindi, “apocrifa”, nel senso che l’autore non espresse mai l’intenzione di riunire in un unico libro i suoi scritti di montagna. Eppure, motivata da una passione costante nel tempo.
Valgimigli, nato ai piedi dell’Appennino tosco-romagnolo, aveva scoperto dopo la guerra, Castel rotto, l’Alpe di Siusi e le Dolomiti tutte, per cui proverà sempre una fedeltà appassionata e tenace, tor nandovi a ogni agosto:
Qualche felicità c’è, anche in questo mondo. […] E chi è savio sa ritrovare la felicità sua, confacente alla sua natura e ai suoi gusti; e così anch’io, che sono savio, la mia. E la mia, finché dura, è questa: sacco su le spalle, gros se scarpe ferrate, pipa tirolese; e andare in giro per le Alpi. Più su, e meglio è; più solo, e meglio è (p. 50).
Non si tratta di grandi ascensioni, ché l’età non era più quella.
Io non sono un alpinista, e tanto meno uno scalatore di rocce; sono un camminatore, un viandante, un randagio. Ho nel mio sacco quello che basta. E non ho fretta (p. 61).
Un andare metodico e medita bondo, una intensa vita interna che dialoga con la bellezza naturale. In uno dei capolavori raccolti in que sta raccolta, Il Vial del Pan, spiega tale dialogo interiore:
Per godersi la montagna bisogna essere soli. […] Tutt’al più, un cane. E la pipa. […] E sapere la strada a memoria. La montagna è come una di quelle grandi liriche, diciamo, elementari, dove le parole sono al loro luogo eterno e non si possono né scambiare tra loro né mutare con altre. Memoria di parole è memoria di cose. Rileggete. Silvia ri membri ancora.
Già avete in cuore le parole che
seguono. Già le parole che seguono imbevono del loro tacito suono le parole che leggete. Ancora poche ri ghe, e si apre quel cielo. Non ancora l’avete rivisto e già lo godete. Mi rava il ciel sereno, le vie dorate e gli orti. E ne avete per la millesima volta, e più ogni volta, brivido e tremo re. Così la montagna. Così la strada (pp. 74-75).
Una delle rare compagnie am messe è il grande amico Concetto Marchesi, conosciuto quand’erano colleghi all’Università di Messina. Con bonaria ironia, in un testo proprio a lui dedicato, rileva:
L’amico mio pare abbia sempre da battere o superare chi sa che prova; e in verità non ne ha nessuna, come me, se non questa che abbiamo tutti, di questo nostro vivere più o meno di lettoso e giocondo. Cammina e cam mina, e non arriva mai; e io cammino e cammino, e sono arrivato sempre. Punti di arrivo lui non ha mai da nessuna parte; e io, appena su una strada o in un viottolo tra i monti, col mio sacco e la mia pipa, ne ho sempre e dovunque. Ma insomma, non arrivare mai e arrivare o essere arrivati sempre è perfettissimamente lo stesso (pp. 63-64).
Marino Biondi, nell’Introduzione, sintetizza bene:
La prosa vagimigliana assomiglia a una preghiera, come se la mormo rasse dentro prima di scriverla (e de stinarla una a una agli amici). E in effetti queste prose, che non si pensarono come libro, furono pensate come doni (p. 12).
Valgimigli era “un solitario ricco di amici”; basta anche solo scorrere le dediche di molti di questi suoi scritti.
Nel presente volume trovano posto sedici prose, collocate in ordine cronologico e comprese tra il 1928 e il 1961, la gran parte delle quali fu compresa nelle raccolte Il mantello di Cebète e Colleviti. Del resto Valgimigli considerava gemelli questi due volumi. Il Mantello ebbe una prima edizione nel 1947 e una seconda ne “I prosatori dello Specchio” nel 1952. Quando era per apparire Colleviti, anche la seconda edizione del Mantello era esaurita. E così, con l’approvazione di Alberto Mondadori, i due testi apparvero quasi con temporaneamente nella collana dei “Quaderni dello Specchio”. Era il 1959.
Colpisce la prosa valgimiglia na, di una descrittività nitida e lieve, dove l’imponente cultura classica non appare che tra le ri ghe e, piuttosto, a contatto con la vita si fa saggezza. La sua passione per la montagna non ha nulla del superomismo a cui ci ha abituato tanta letteratura di genere, dedicata spesso ai gran di exploit o alle grandi tragedie. Non perde mai l’ironia e la compostezza, che è la sua cifra nel la vita e nella scrittura. Ma non è per questo meno vera, tanto da fargli esclamare, nell’incipit de Il Vial del Pan:
Signore misericordioso, una grazia ti chiedo: finché ti piace lasciarmi in vita, fammi camminare per le mie montagne (p. 73).





