La grande Milano tradizionale e futurista di Filippo Tommaso Marinetti
ottobre 2024
Filippo Tommaso Marinetti, La grande Milano tradizionale e futurista, Luni ed., Sesto San Giovanni 2024, pp. 400, € 25.
È paradossalmente all’insegna della nostalgia che tramonta l’avventura intellettuale del fondatore del futurismo Filippo Tommaso Marinetti. La recente riedizione, per i tipi di Luni Editrice, di due testi dettati dall’anziano poeta nella sua casa veneziana tra l’autunno del 1943 e l’estate del 1944, La grande Milano tradizionale e futurista e Una sensibilità italiana nata in Egitto, dimostrano non solo che Marinetti è una personalità complessa, ma che anche il più fanatico tra gli innovatori è a volte costretto a guardarsi indietro, alle sue esperienze trascorse. Questo ripiegamento “passatista” ha una ricaduta anche da un punto di vista stilistico: si recuperano stilemi di chiaro sapore simbolista e decadente, pur mantenendo l’assenza di punteggiatura e alcune libertà sintattiche e grammaticali. Ne consegue che questi due testi, pur mantenendo fede ad alcuni canoni del futurismo come la “simultaneità” che scardina ogni ordine cronologico degli eventi, risultano di più agile lettura rispetto ad alcuni poemi marinettiani più famosi come Zang Tumb Tumb.
Se partiamo da Una sensibilità italiana nata in Egitto, che è il testo più chiaramente autobiografico, si nota come Marinetti con uno spirito ironico e goliardico, evochi la sua irruente adolescenza, in attrito con la figura ingombrante del padre che vuole farne un avvocato internazionale, in avventure impregnate di romanticismo, poesia e fughe dall’ambiente chiuso del collegio francofono dei gesuiti di Alessandria d’Egitto. Eppure, è proprio grazie all’istituzione scolastica d’élite della Compagnia di Gesù che il giovane aspirante poeta s’immerge in un ambiente cosmopolita, fatto di figli di diplomatici, uomini d’affari, politici, che nella metropoli egiziana vivono e prosperano.
Marinetti non esita poi a rivendicare il repubblicanesimo e l’afflato rivoluzionario delle sue scorribande nel mondo della politica, e non a caso: siamo nel momento in cui la Rsi tenta di recuperare proprio questi aspetti del primo fascismo nel tentativo impossibile di una sua resurrezione. Negli echi antimonarchici delle manifestazioni interventiste di cui è protagonista fra il 1914 e il 1915 troviamo il suo tentativo di lavare l’onta dell’8 settembre e della fuga del Re dalle sue responsabilità: «I versi liberi condannano l’antipatriottismo della Monarchia e la sua viltà», scrive.
Marinetti ripercorre poi le sue scazzottate squadristiche e la partecipazione alla fondazione dei Fasci di Combattimenti a Milano, il 23 marzo 1919. Ma qui finiscono le sue riflessioni politiche, che tutto il testo è intessuto invece di richiami alla sua arte e ai suoi contatti con il mondo della cultura europea. È uno strano tipo di patriota cosmopolita quello che emerge da queste pagine. E così i ricordi s’infittiscono con incontri con i principali esponenti dell’intellighenzia dell’epoca, spesso all’insegna della polemica, molte volte rimarcando uno spirito di amicizia che supera le differenze.
Ci s’imbatte così, fra i tanti, nell’inventore del verso libero, il poeta ebreo Gustave Kahn, nello scrittore nazionalista francese Paul Adam, nella nobildonna di origine rumena, animatrice dei salotti letterari parigini, Anna de Noailles, nel direttore della rivista espressionista “Der Sturm”, Herwarth Walden, nel poeta futurista-bolscevico Majakovskji, nel fondatore del vorticismo britannico Wyndham Lewis, nel precursore del teatro dell’assurdo Alfred Jarry, nell’estroso impresario dei Balletti Russi Sergej Diaghilev e ovviamente in Picasso e in tutti i principali protagonisti dell’avanguardia.
Non mancano poi i ricordi dei tanti viaggi a Parigi, Londra, in Russia, in Sudamerica. Ma per riportarci a quei tormentati tempi in cui Marinetti scrive queste memorie, i curatori pongono come finale de La grande Milano tradizionale e futurista, un ritaglio di giornale che il poeta incolla in margine al manoscritto. È il discorso di Piero Parini, ex podestà (sindaco) di Milano, che presenta le iniziative del 1944 del Comune seguite ai devastanti bombardamenti che hanno colpito il capoluogo lombardo. Un messaggio «con il cuore pieno di sdegno al cospetto delle rovine fumanti», che annuncia «il ripristino dei servizi, lo sgombero imponente delle macerie, l’assistenza per i sinistrati. Tempi oscuri sono ancora dinanzi a noi, ma Milano è in piedi col suo lavoro e dà esempio di coraggio e incitamento a tutti i fratelli delle altre città d’Italia di qua e di là della linea del fuoco». E con questo spirito, dopo l’aprile del 1945, inizierà l’immane opera di ricostruzione, che sicuramente sarebbe piaciuta a Marinetti, inguaribile ottimista nonostante tutto.





