La storia delle vicende politiche, sempre mutevoli e spesso sorprendenti perché ci colgono impreparati, ossia la storia della politica, da quando quest’ultima incominciò a manifestare i suoi più comuni obiettivi e le loro ordinarie conseguenze, è illustrabile e schematicamente spiegabile con la sequenza sin qui mai esausta di sostituzione di un ordine all’ordine precedente. Diverso e per molti aspetti ancora ignoto, il primo. Destinato, il secondo, a scompaginarsi e scomparire dopo un tempo più o meno breve, lasciando di sé residui e persistenze di cui le più durevoli e significative sono solitamente quelle “culturali”.
Che un ordine – sia esso “interno” a una singola comunità, o “internazionale” – non riesca mai a essere realmente e totalmente tale, e che ogni volta si riveli illusoria la sua pretesa di essere così stabile e stabilizzante da non temere di essere scalzato da un ordine differente, è una regolarità di cui, per mille ragioni psicologicamente giustificabili, tendiamo a rimuovere la presenza e gli improvvisi soprassalti nella storia. Salvo poi, quando lo smottamento del vecchio ordine diventa più rapido e l’ordine che si va delineando appare foriero di incerti e minacciosi cambiamenti, sentirci stretti (e impotenti) nella morsa di trasformazioni improvvise e inattese.
La parola ordine, per la verità, forse non è neanche la più appropriata per rappresentare, compiutamente e serenamente, ciò che essa vorrebbe identificare. La funzione stabilizzatrice di un ordine e lo sforzo di durare a ogni costo relegano spesso nell’ombra i fini, il cui perseguimento ne orienta nascita, consolidamento e ascesa. O, peggio e assai più frequentemente, ideologizzano e strumentalizzano questi fini materiali e ideali, a tutto vantaggio di quelli – sempre molto allettanti e pressanti nei confronti di un ristrettissimo numero di individui, e in genere poco rilevanti o addirittura gravosi e persino infausti per quote larghissime di altri esseri umani – del potere e dell’egemonia. Talmente radicato è peraltro l’impiego del termine, non solo negli studi specialistici ma anche nei discorsi pubblici, da renderlo pressoché indispensabile. Non per caso, del resto, persino sant’Agostino, quando intese definire la pace, non trovò formula migliore di quella della tranquillitas ordinis.
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