Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
La filosofia non serve a nulla

La filosofia non serve a nulla

di Andrea Monda

ottobre 2022

Pubblichiamo l’introduzione di Andrea Monda, direttore dell’Osservatore romano, alla nuova edizione di Elogio della filosofia (Ares, pp. 160, euro 16), uno dei saggi più importanti del filosofo tedesco Josef Pieper (Rheine, 4 maggio 1904 – Münster, 6 novembre 1997).

Sono uscito dal liceo classico innamorato della filosofia. Grazie anche ai professori, tre in tre anni, che, in modo diverso uno dall’altro, mi contagiarono la loro passione per il pensiero. Eppure, allora non scelsi di studiare filosofia all’università, presi invece la strada dello studio del diritto. Prevalse la linea della “concretezza” (mi dissi, non credendoci troppo). E infatti, uscita dalla porta, la filosofia si prese la sua rivincita e rientrò dalla finestra: anni dopo, forse stufo di troppa concretezza, mi presi una seconda laurea optando non per gli studi filosofici, ma addirittura per quelli teologici. Questo conferma la tesi di partenza del saggio di Pieper quando definisce il filosofare come il «riflettere sul significato ultimo e profondo della totalità di ciò che ci viene incontro; e questo filosofare così inteso rappresenta un’occupazione non solo piena di senso, ma anzi necessaria, da cui un individuo spiritualmente vivo non può assolutamente esimersi». La filosofia non è lusso, ma una necessità. Avevo provato a esimermi, ma non era possibile (il che è consolante: vuol dire che ero, almeno all’epoca, “un individuo spiritualmente vivo”). E così mi trovai a studiare teologia, il che vuol dire anche rifare il percorso di tutta la filosofia, e, non contento, mi ritrovai qualche anno dopo, lasciato il settore legale di un concretissimo istituto di credito, a insegnare religione nei licei di Roma. A cercare cioè di trasmettere quella sapienza di pensiero filosofico e teologico alle giovani generazioni. Insegnare religione oggi agli adolescenti, anche nel cuore di Roma, culla del cattolicesimo, equivale a praticare uno sport estremo. Non solo perché nel frattempo le giovani generazioni hanno perso il contatto con tutto quello che è il cristianesimo, smarrendone anche la lingua e l’alfabeto, ma soprattutto perché il contesto sociale e culturale in cui ci troviamo in questo inizio di terzo millennio non è proprio favorevole a “cose” come la religione o la filosofia… Esse appaiono come delle vecchie ed eleganti signore che però hanno perso molto del proprio fascino e risultano quasi un anacronismo, un dagherrotipo o al massimo una foto in bianco e nero. Questo almeno a livello di adulti, perché poi, in realtà, se si ha il coraggio di porre ai giovani la domanda della filosofia, ancora una volta questa si riprende la rivincita. George Foreman, l’imponente campione dei pesi massimi, una volta ha definito la boxe «quello sport verso cui tutti gli altri tendono». Così è la filosofia (anche se poi va detto che la filosofia tende a sua volta verso la teologia): non è un caso che siano i professori di filosofia quelli che hanno l’impatto più forte tra gli studenti, quelli che “restano”, quelli che “segnano dentro” (in-segnare) anche a distanza di anni. E questo è confermato anche quando i professori che restano sono quelli di altre materie: sono “rimasti dentro” come punti di riferimento dei loro studenti perché sono riusciti, insegnando la propria materia, a incrociare quella domanda lì, quella della filosofia, che alberga nel cuore degli esseri umani, quella «sul significato della totalità che viene incontro». Certo il contesto che noi adulti abbiamo costruito intorno alle nuove generazioni di studenti non è proprio a favore dello studio della filosofia.

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