Ci sono epoche considerate più maschili e altre più femminili. Molti considerano la nostra un’epoca femminile: la crisi della figura maschile e la conseguente scomparsa dei padri sono infatti un’evidenza degli ultimi decenni, e la centralità della questione è stata recentemente sottolineata anche da papa Francesco con la sua lettera apostolica Patris corde, che rimette al centro il compito fondamentale della paternità.
In parallelo con l’eclisse dei padri, abbiamo assistito a una progressiva presa di coscienza delle donne, che hanno raggiunto nel mondo occidentale un livello di istruzione pari a quello dell’uomo e alle quali si riconosce ormai, almeno a parole, il pieno diritto di accesso a ruoli e professioni prima ritenuti di dominio prevalentemente maschile. Le ultime generazioni di donne appartengono a un’epoca che ha normalizzato l’affrancamento del femminile dalla funzione biologico-riproduttiva, ritenuta la radice principale della sua condizione di svantaggio rispetto all’uomo, e le ragazze oggi si sentono libere di vivere la loro sessualità e progettare il loro futuro nello stesso modo dei coetanei maschi.
A fronte di questo profondo cambiamento degli equilibri, il rapporto tra i sessi continua però a essere quanto mai complesso e disarmonico e siamo ancora lontani dal comprendere fino in fondo la specificità dei sessi e il valore della loro differenza.
Il maschile e il femminile sembrano avere perso entrambi il loro vero potenziale, e più che di un’epoca maschile o femminile, credo che dobbiamo parlare oggi dell’avvento di un’epoca di in-differenziazione narcisistica.
Il limite e il dono della differenza
Il narcisismo è un tratto normale della personalità: fa riferimento all’investimento sul sé delle energie vitali necessarie a un’autoaffermazione sana. Anche se diversamente espressa, la componente narcisistica è comune ai due sessi e si nutre del riconoscimento e dell’amore ricevuti nell’età infantile; la sua espressione equilibrata porta alla capacità di affermarsi, di segnare e proteggere i propri confini, di conoscere ed esprimere i propri bisogni e desideri. È necessario però distinguere questa forma sana di amore di sé da tutte le forme di iper-valutazione disfunzionale dell’Io, che hanno come conseguenza un miscuglio di grandiosità e insicurezza, vulnerabilità e senso di onnipotenza, egocentrismo e solitudine. Perché le relazioni siano possibili l’Io deve imparare a lasciare spazio a ciò che è differente da sé; deve riconoscere il proprio limite e abbandonare il senso di onnipotenza.
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