Appena si sente menzionare la «dialettica» viene probabilmente spontaneo pensare subito a Hegel e a Marx, ma essa sorge nella filosofia greca, e in tutto il pensiero antico e medievale presenta una serie di accezioni né immanentistiche né materialistiche connesse all’etimologia della parola, che deriva dal verbo greco dialegein e indica la capacità di vedere e dire (legein) una cosa attraverso (dia) un’altra. Matteo Andolfo, metafisico e cultore di teologia, delinea le linee di fondo di una trilogia di saggi del filosofo e teologo domenicano Giuseppe Barzaghi, che ha individuato insospettate, ma rilevanti corrispondenze tra la dialettica – intesa quale metodo della filosofia e della teologia –, i misteri della vita di Cristo del Rosario e l’esegesi biblica.
Il filosofo e teologo domenicano Giuseppe Barzaghi ha pubblicato una trilogia di saggi di grande rilevanza filosofica e teologica, di cui vorrei esporre le direttrici teoretiche per poi richiamare la struttura speculativa in cui sono inseriti, la teologia anagogica, servendomi di uno studio a essa complessivamente dedicato. Infine, vorrei soffermarmi sulla rielaborazione che l’autore realizza sia del pensiero filosofico del suo maestro, Gustavo Bontadini, sia dell’allievo di quest’ultimo, Emanuele Severino, con cui Barzaghi si è a lungo confrontato negli anni.
Per la realizzazione del primo obiettivo, ritengo che i saggi che compongono la trilogia siano da esaminare «a ritroso», dal terzo al primo, poiché la dialettica, oggetto dell’ultimo saggio, offre il telaio formale per scavare nei misteri della vita di Cristo compendiati nel Rosario, tema del secondo studio, i quali, comprendendo in sé filosofia, retorica, logica e sapienza, offrono i modi di quella «dialettica morbida» o delle immagini, indispensabile per interpretare le Scritture e costitutiva della «maestria» dell’Aquinate, trattata nel primo libro.
Dialettica “rigida”, dialettica “morbida”
Nel saggio più recente, Lezioni di dialettica. E l’esame di coscienza (Esd, Bologna 2019, pp. 272, euro 18) si precisa subito che né Hegel né Marx saranno i referenti della nozione in esso tematizzata, poiché la trattazione è collocata nel quadro tomista. Subito dopo Barzaghi mette in evidenza come la nostra abilità dialettica sia la struttura dell’attività pensante e concettualizzante1 non solo del filosofo e del teologo, ma di ogni uomo, come provano i proverbi: per dire che è meglio non essere precipitosi si usa l’immagine della gallina vecchia che fa buon brodo e per dire che è meglio essere previdenti l’immagine dell’uovo che oggi è preferibile alla gallina di domani. Facciamo vedere un assioma attraverso un’immagine. E «dialettica» viene da dia-legein, che significa «dire (legein) attraverso (dia)». A tematizzare questa dinamica connaturale è stata la filosofia, nella cui storia la dialettica ha assunto accezioni differenti: 1) come logica dell’assurdo è un dire la verità attraverso la confutazione della falsità (Zenone); 2) come logica dell’intero è dire il tutto attraverso la parte o una parte attraverso il tutto (Platone), dal particolare all’universale e dall’universale al particolare (se uno dice: «Carlo è uomo», fa rientrare l’individuo dentro la specie umana); 3) come logica del probabile è dire una parte attraverso altre parti che non c’entrano niente l’una con l’altra (Aristotele): non v’è una dimostrazione, ma solo un’esperienza ben bilanciata, che, avendo visto tante cose diversificate tra loro, è stata capace di rintracciare una possibile fisionomia similitudinaria; questa è l’abilità dialettica dell’analogia; 4) come logica della persuasione è dire ogni cosa nel quadro del tutto (logos) visto da uno sguardo saggio (ethos) rispetto a un animo coinvolto (pathos) (ancora Aristotele).
Barzaghi vede-dentro (dialetticamente) questa pluralità d’uso una dimensione analoga: la legge della dialettica è l’inclusione dell’esclusione, poiché per affermare l’identità di A devo escludere che sia non-A, l’intero universo diverso da A, ma tale esclusione risulta nel contempo inclusa nell’identità di A in quanto «non non-A» (mediatamente, tramite la negazione). Quando dico «Questo è mio» per dire «Non è tuo», dicendo la mia proprietà dico insieme l’esclusione della tua. Pertanto, non è sufficiente la dialettica rigida – quando a una tesi si oppone un’antitesi, si risolve l’opposizione confutando l’antitesi in modo da escludere che la tesi possa avere alternative (il vero è la negazione della negazione del vero) –; siccome anche l’esclusione è inclusa, ci vuole una dialettica morbida, inclusiva. Se l’intero universo diverso da A converge in A senza essergli identico, si riconosce una somiglianza o similitudine o analogia che dice la probabilità e allora la logica del probabile è l’analogato principale delle differenti forme della dialettica. Infatti, la comprensione di A potrebbe esaurirsi solo considerando tutti i rapporti di convergenza, tutte le relazioni che intesse con tutte le altre realtà: tutto è in un rispecchiamento, un riflesso continuo. Siccome sul piano materiale dei contenuti tale comprensione oltrepassa la nostra portata conoscitiva, ci si deve accontentare di scorgere solo alcune di tali relazioni senza poter escludere sia che ve ne siano altre sia che le stesse possano essere viste sotto altre prospettive. Allora si devono moltiplicare le argomentazioni e saranno tutte probabili o dialetticamente analoghe (tutte vanno in qualche modo a segno).
La logica del probabile si sublima nella logica della persuasione o retorica. Quest’ultima è analoga alla dialettica, perché in entrambi i casi si è nell’ordine del probabile, ma nella retorica, in forza della persuasione, il discorso ti fa propendere per una parte piuttosto che per l’altra con la forza dell’argomento avvincente: colui che è avvinto non si sente costretto, ma non è capace di sottrarsi.
Dal punto di vista teologico, rileva Barzaghi, il paradigma della persuasione avvincente è la dizione affettuosa, ossia la Trinità. La dizione affettuosa è dire il massimo: il Padre, dicendo il Verbo, dice tutta la sostanza divina, e siccome la Trinità si identifica con la sostanza divina, il Padre dice tutta la Trinità, ma anche tutte le creature, perché nel Verbo creatore v’è tutto: Dio che dice sé stesso e, dicendo sé stesso, dice tutto e la relazione con sé di tutte le cose, senza uscire da sé. Se lo Spirito è Amore, l’amare attraversa il dire e il dire attraversa l’amare.
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