Nel XII secolo Bernardo di Chartres coniò una suggestiva immagine che, riattivata da Isaac Newton, è poi ricomparsa in una pagina del “viaggio nei classici” intitolato
I contemporanei del futuro (1998), opera del grande narratore e saggista Giuseppe Pontiggia. Questa metafora raffigura i moderni come “nani” appollaiati sulle spalle dei “giganti” dell’antichità per concedersi la possibilità di ampliare l’orizzonte della loro visuale sul mondo.
Quali sono, in particolare, i giganti sulle cui spalle si è issato Angelo Lacchini (Castelleone, Cr, 1946) durante e dopo la sua esperienza di docente liceale, per riuscire a vedere più chiaro e più lontano? Scandagliando la sua imponente bibliografia di classicista, saggista, poeta d’ispirazione sacra e profana, storico, memorialista, critico letterario, studioso d’arte, e prendendo in specifica considerazione la preminente attività di latinista, affiorano i nomi prestigiosi di Catullo, Ovidio, Tibullo, Properzio, Stazio, nonché dell’umanista cinquecentesco Giovanni Giacomo Gabiano. Sino all’approdo a un opus magnum, per non dire maximum: la traduzione, con il testo originale criticamente riveduto e con un monumentale apparato esegetico, del De coniuratione Catilinae, capolavoro assoluto (superiore all’altra monografia costitutiva del “dittico”, il Bellum Iugurthinum) di uno storiografo geniale della Roma repubblicana quale fu Caio Sallustio Crispo (86-35 a.C.). Un lavoro straordinario, quello di Lacchini, sia per la quantità di materiale critico-ermeneutico prima raccolto e vagliato, poi riversato nelle migliaia (sic) di note che concretizzano la capillare analisi del testo, sia per l’eccellente qualità della versione italiana: C. Sallustio Crispo, De coniuratione Catilinae, testo, traduzione e analisi a cura di Angelo Lacchini (Quaderni di “La Scuola Classica di Cremona”, Fantigrafica, Cremona 2023, pp. 484, s.i.p.).
Catilina vs Cicerone
A proposito dello scontro centrale e frontale tra Catilina, mancato console, e Cicerone, asceso dallo status di modesto “borghese” alla massima carica repubblicana, Lacchini in sede introduttiva sottolinea l’ambivalenza dell’atteggiamento di Sallustio nello sforzo di mantenere un’impassibile (e, de facto, impossibile) oggettività storica. Sul piano politico non c’è dubbio che egli apprezzi la strategia implacabilmente risoluta di Cicerone, da lui definito optimus consul, e che in parallelo stigmatizzi il tentativo di violento colpo di Stato messo in atto da Catilina tra il 63 e il 62 a.C. Da un punto di vista soggettivo, invece, sembra lasciar trapelare una larvata simpatia per quell’uomo ambizioso, irrequieto, spregiudicato, temerario, ma anche coraggioso fino a una morte dignitosa con le armi in pugno, avversario irriducibile (non diversamente dallo stesso Sallustio) di una classe dirigente corrotta, di un ceto senatoriale che monopolizzava il potere tra ricchezze smodate, ipocrisia e depravazione. Luca Canali, in Profili latini (1991), si è spinto fino a ipotizzare un “invaghimento” per il pur immorale Catilina, “cuore di tenebra” al quale lo scrittore, accigliato moralista dal passato non proprio irreprensibile, sarebbe stato legato da un rapporto di “odio-amore”.
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