A molti sarà capitato di avere fra le mani una banconota da dieci Franchi svizzeri e di soffermarsi a osservare il volto di quello schivo e cupo uomo che in essa viene ritratto. Si tratta di Charles-Edouard Jeanneret Gris, nato a La Chaux-de-Fonds il 6 ottobre 1887 e morto 77 anni più tardi a Roquebrune-Cap-Martin per un arresto cardiaco causato (forse) da una nuotata eccessivamente faticosa. Ebbene, quest’uomo, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Le Corbusier, è stato un architetto visionario, geniale, capace di immaginare una città radiosa in cui gli edifici non si limitano soltanto a ospitare le persone: ma diventano loro complici nella ricerca del benessere e della felicità. Luoghi pieni di luce e di colori, insomma: luoghi vivi, capaci di rispondere a tutte le esigenze dell’uomo. Fino al paradosso assoluto (e ancor più evidente nel dopoguerra) di rendere possibile il lusso nell’edilizia popolare. Un progetto stravagante, assurdamente costoso: eppure giusto, necessario. Un’antitesi, insomma, che diventa ipotesi nella mente di un genio, poi tesi: e infine realtà nelle tante unità abitative che Le Corbusier ha costruito in giro per il mondo.
Prendiamo, per esempio, l’unità abitativa alla periferia di Marsiglia. Una specie di immensa nave da crociera in cemento armato: 348 appartamenti, oltre mille abitanti che vivono come in un villaggio turistico: in una città autosufficiente che contiene negozi, cinematografi, un medico, un albergo, un tetto-giardino, scuole, spazi espositivi: ma anche un tennis club, un circolo dei lettori, e telefoni che comunicano gratuitamente fra appartamento e appartamento. Edilizia popolare come opportunità? Baraccopoli paradisiaca? Orrida nave in cemento armato pronta a salpare? Progetto folle e visionario? Tutto realizzato secondo i matematici dettami del celebre «modulor» affinché tutto, nell’edificio, fosse funzionale alle necessità dell’uomo e alla sua armonia famigliare. Ecco dunque, apparire strade, piazze interne, palestre e appartamenti insonorizzati in cui ogni più piccolo dettaglio è frutto di un lungo e approfondito studio (perfino i pomelli delle porte, le ghiacciaie, le nicchie).

Un sogno ordinato & molto enigmatico
Le Corbusier, affascinato: perfino ossessionato dall’ordine. Lo stesso che regnava nelle partiture musicali della madre pianista. Anche se quello di Le Corbusier – almeno a prima vista – finì per apparire come un ordine brutalista e dissonante. Che faceva storcere il naso alle persone comuni. Un ordine che richiamava alla mente gli edifici sovietici collettivi e che, sotto sotto, ricordava le parole «gerarchia» e «disciplina». Invece, la Cité Radieuse è una città ideale, ordinata, autosufficiente, in pieno contrasto con il caos della città. Tanto che Le Corbusier avrebbe volentieri fatto tabula rasa delle città vecchie e – risparmiandone soltanto i più significativi monumenti – le avrebbe ricostruite in accordo con le sue convinzioni.
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