Concluse le celebrazioni dei 100 anni dalla morte di Franz Kafka (1883-1924), vorrei segnalare tre recenti pubblicazioni in Italia che riguardano il grande scrittore e che avviano una specie di Kafka’s Renaissance nel nostro Paese, anche (o soprattutto) al di fuori della stretta cerchia specialistica: Tutti i romanzi. Tutti i racconti e i testi pubblicati in vita, con testo a fronte, a cura di Mauro Nervi (Bompiani 2023); i tre tomi dell’immane biografia di Kafka (2260 pagine) a opera di Reiner Stach, ora finalmente in traduzione italiana a cura di M. Nervi: I primi anni; Gli anni delle decisioni; Gli anni della consapevolezza, (Il Saggiatore 2024); e sempre di Nervi, Il Processo di Kafka. Un’altra idea di letteratura (Carocci 2020).
Chi era costui?
Chi era, e cosa ha rappresentato Kafka? Nel suo divertente Grande bestiario della letteratura moderna (1922), Franz Blei così descrisse lo scrittore ceco in forma animale: «Kafka è un magnifico topo blu luna che si vede molto raramente e che non mangia carne, ma si nutre di erbe amare. La sua vista è affascinante, perché ha occhi umani». Una deliziosa caricatura (Blei conosceva Kafka e gli fece avere, con grande sconcerto dello scrittore, il denaro per un premio vinto da un altro!), ma anche una sottile percezione di tratti quanto mai pertinenti: le erbe amare, gli occhi umani… Curioso ritratto che riporta alla mente quello di Nabokov quando, trovandosi esule nel 1923 a Berlino, dove si trovava anche Kafka, anni dopo credette (fantasticò?) di aver condiviso spesso il tram con lo scrittore praghese, senza però parlargli: «Come sarebbe possibile dimenticare il volto, il suo pallore, la pelle tirata, quegli straordinari occhi, occhi ipnotici che brillavano come in una grotta?».
Come sempre accade, dopo la morte di Kafka si affermò un modo di intendere la sua opera (il kafkaesk) che spesso generalizzò o, meglio, ipostatizzò alcune sue caratteristiche per ridurle a una sorta di maniera, di convenzione che si confaceva, o così sembrava, al secolo breve e tremendo che fu il Novecento. Si crearono suggestioni, si evocarono situazioni kafkiane (contraddistinte da oscurità, irrealtà, angoscia ecc.), si fece insomma di un’opera complessa e stratificata l’emblema di realtà che avevano poco o niente a che vedere, se non vaghe analogie. Una cosa è certa: se si dovesse indicare un solo scrittore che riassuma in sé le inquietudini della contemporaneità, il primo e forse unico classico di questo mondo disgregato e sempre sull’orlo dell’Apocalisse, il nome di Franz Kafka non avrebbe rivali.
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