In fiamme per la libertà. La storia di Jan Palach e altri martiri
febbraio 2021
Eroi in fiamme (Mauro Pagliai Editore, Firenze 2020, pp. 262, € 15), è l’avvincente storia di quei patrioti solitari che, tra il 1968 e il 1989, osarono sfidare i regimi comunisti dell’Est Europa ricorrendo al gesto più estremo: l’immolazione di sè stessi attraverso il fuoco. In molti ricordano il celebre sacrificio di Jan Palach, ma sono tante le vicende tragiche, sconosciute ai più, che ora vengono alla luce grazie al lavoro certosino negli archivi del giornalista scrittore Dario Fertilio e della professoressa di Ucrainistica alla Sapienza Olena Ponomareva. È un libro questo che si legge tutto d’un fiato e che a tratti sembra la sceneggiatura di un film d’avventura.
L’epopea degli Eroi in fiamme inizia in Polonia, nel settembre del 1968, e ha per protagonista un umile ragioniere, apparentemente tranquillo. Ryszard Siwiec, laureato in filosofia, felicemente sposato e padre di cinque figli, aveva un’unica ombra nel suo passato agli occhi dei comunisti al potere: la partecipazione in gioventù alla resistenza cattolica antinazista. Ma Siwiec dopo la guerra non aveva dato segnali di particolare attivismo politico e trascorreva la sua vita in relativa serenità, pur nel clima cupo della dittatura imposta da Mosca. Le cose cambiarono quando, nell’agosto del 1968, vide i carri armati russi entrare a Praga e schiacciare il tentativo dei cechi di riconquistare la libertà perduta. Si rese conto della vera natura del regime che opprimeva i suoi connazionali e gli altri popoli est europei e si convinse che solo un gesto disperato avrebbe potuto risvegliare le coscienze. Forse aveva visto quei bonzi vietnamiti che si diedero fuoco in protesta contro la dittatura di Dinh Diem. O forse aveva in mente quei martiri cristiani che morivano dopo atroci torture divorati dalle fiamme. Scelse un giorno simbolico e di grande richiamo, l’8 settembre, celebrato dalla propaganda per esaltare gli splendori del socialismo reale: la Festa del Raccolto. L’insospettabile ragionier Siwiec, con la sua cartelletta da impiegato qualunque, raggiunse lo stadio affollato di Varsavia e improvvisamente si cosparse di liquido infiammabile dandosi fuoco. Secondo alcuni testimoni avrebbe urlato: «Viva la Polonia libera! È il grido di un uomo libero che muore! Non salvatemi, guardate che cosa c’è nella cartella!». Dentro la borsa gli agenti troveranno una bandiera polacca con la scritta «Per la nostra e vostra libertà! Onore e Patria»» e diversi volantini inneggianti alla «Fraterna Cecoslovacchia» che si concludevano così: «Io muoio per non lasciare morire la libertà».
Il giorno dopo Radio Free Europe, l’emittente che dava al mondo libero le notizie di ciò che accadeva al di là della cortina di ferro, seppe dell’accaduto, ma non ritenne opportuno divulgarlo. Siwiec morirà dopo cinque giorni di agonia, in un letto di ospedale sorvegliato dalla polizia, solo, lontano da famigliari e amici. In una lettera scritta alla moglie poco prima di immolarsi, aveva scritto: «Perdonami, ma non potevo vivere diversamente. Muoio per non lasciare morire la verità. Sto bene, sento una pace interiore come non ho mai provato nella vita».
1968, anno cruciale
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