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Il solitario della Valle Padana
Interviste · SocietàSc 739

Il solitario della Valle Padana

di Andrea Vannicelli

settembre 2022

Davide Bregola è nato a Bondeno (Ferrara) nel 1971 e vive a Mantova. Nel 2017 è stato finalista al Premio Chiara con il libro La vita segreta dei mammut in Pianura Padana (Avagliano, Roma 2017, euro 16). Tra le sue opere più recenti, Nei luoghi ideali per la camporella (Avagliano 2022), I solitari. Scrittori appartati d’Italia (Oligo 2021), L’acchiapparime. Manualetto divertente per inventare rime, ninnenanne, filastrocche, indovinelli, poesie e raccontini (Barney 2014). Conduce laboratori di scrittura creativa presso scuole e biblioteche.
  • Partiamo dalla trilogia che hai appena coronato con la raccolta di novelle Nei luoghi ideali per la camporella. Ho vinto il Premio Chiara con il primo volume di questa trilogia: sono i racconti di La vita segreta dei mammut in Pianura Padana (Avagliano, 2017). Poi sono andato a vivere per due anni su un’imbarcazione, e lì ho scritto Fossili e storioni. Notizie dalla casa galleggiante (Avagliano, 2019), che invece è più una sorta di reportage letterario. Il fil rouge di fondo è sempre narrativo, ma il secondo libro parte dall’osservazione della realtà, mentre invece il primo e il terzo libro sono fatti di racconti brevi. Perché la mia idea è che la tradizione narrativa italiana è fatta di novelle, mentre invece il romanzo viene successivamente e viene dall’estero. Ho voluto fare una trilogia che trova la forma della tradizione letteraria. Il racconto, ma anche il reportage, sono per me la via giusta per arrivare poi al romanzo. E comunque le tematiche sono presto dette: provo a raccontare il passato, il presente e un ipotetico futuro. Ci sono situazioni narrative ambientate nel passato, ce ne sono alcune del presente, e alcune portano al futuro. Perché se tu guardi il territorio padano, il presente, il passato e il futuro ci sono tutti, basta andarli a vedere. Ho provato a trovare un genius loci del territorio, che è fatto di opere che questo territorio lo hanno raccontato prima di me: di autori e di artisti. Non soltanto scrittori, ma anche pittori e musicisti. Se tu ascolti per esempio alcune opere di Giuseppe Verdi, senti a volte un ritmo martellante: è lo stesso ritmo che avevano i martelli dei maniscalchi. Se tu guardi le facce di un pittore come il Guercino (del ferrarese), sono le stesse facce che vedi oggi. Se tu leggi Cesare Zavattini, che era di Luzzara, ti rendi conto che il suo sguardo è uno sguardo che può tornare utile anche oggi. La mia è una narrativa del territorio. La mappa non è il territorio. Per scoprirlo, devi addentrarti nel territorio, alla ricerca di un’umanità in qualche modo in via di estinzione: ecco perché parlo di mammut, di fossili e della camporella. Nell’ultimo libro gioco sulla doppia accezione del termine “camporella”: la camporella è un appezzamento di terra, un campicello (e la pianura è fatta di tanti campicelli), ma è anche il luogo dove andare ad amoreggiare. Mi rifaccio molto a Gianni Celati, purtroppo scomparso nel gennaio del 2022: in lui c’è tanta filosofia, c’è tanta letteratura e c’è poi un discorso narrativo personale. Per me sono importanti le cose antiche: nell’antico c’è il prefisso latino ante che vuol dire “prima”, ma anche “davanti”. L’antico non è mai vecchio, perché lo vedi anche davanti a te. Mi sento più vicino come sensibilità (lo dico con umiltà) ad autori antichi come Ariosto e Boiardo, anche se poi mi sono interessato molto ai contemporanei. Mi piace usare parole di sapore antico. Un’altra cosa che mi interessa nella narrativa è quella di avere uno sguardo interiore che chiamerei, con Giovanni della Croce, “nescienza del male”. Per avere uno sguardo innocente, devi provare a fingere di non conoscere il male: mi metto a osservare innocentemente cose e persone. Non è ingenuità, è innocenza, che non vuol dire nemmeno infantilismo. Non voglio dire che ci sono riuscito, questo lo diranno i critici o i lettori, ma almeno ci ho provato. Io non sono per le trame a intreccio. A me interessa la visione: lasciare al lettore una sensazione. Camillo Langone fa un discorso interessante nella sua recensione a Nei luoghi ideali per la camporella (sul Giornale del 4 giugno 2022) dice che Bregola non è come Franco Arminio, che è un poeta che vuol mettersi in politica. Io di fatto sono un appartato, non vorrò mai fare il sindaco della mia città (cosa che rispetto, per carità), la mia narrativa è una narrativa della solitudine.
Una lunga gavetta
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