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Il progresso si gioca ancora sull'aborto

Il progresso si gioca ancora sull'aborto

di Marina Casini Bandini

luglio/agosto 2021

«Ciò che ha mosso l’entusiasmo, specialmente dei giovani, è stato anche l’intravedere che la difesa della vita nel seno materno esprime in forma davvero radicale una contestazione dell’attuale società strutturata sulle categorie dell’avere e del fare, e, suggerisce una progettualità nuova che vuole porre l’uomo al centro e che quindi privilegia il povero, l’emarginato. Il concepito simboleggia in forma ultima, ogni persona che non conta, ogni uomo che non ha voce. È stata così manifestata l’aspirazione a una società dell’“essere”, dove vale l’esistere concreto, meritevole di ogni attenzione, al cui rispetto si devono strutturare la cultura, l’economia, le solidarietà sociali». È questo un passaggio di un intenso articolo di Carlo Casini, pubblicato su Studi Cattolici n. 245-246 di luglio-agosto 1981, intitolato Una strategia culturale (pp. 431-435). A tema il referendum sull’aborto dell’anno precedente.

Ci separano 40 anni da quel 17 maggio che vide il confronto tra due referendum: quello radicale e quello c.d. «minimale» del Movimento per la Vita. Il primo voleva abrogare le parti della legge che facevano da «filtro» (molto debole) all’aborto, estendendo la legalità dell’«interruzione volontaria della gravidanza» e così mettendo allo scoperto l’impronta radicale nascostamente presente nella disciplina dell’aborto nei primi novanta giorni; il secondo voleva, invece, abrogare le parti più ingiuste della legge portandola sul binario tracciato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975. Un altro referendum proposto dal Movimento per la Vita, il c.d. «massimale», che intendeva abrogare tutta la legge, era stato rigettato dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 26 del 10 febbraio 1981). Conosciamo il risultato: la richiesta del partito radicale ottenne l’11% dei consensi, quella del Movimento per la Vita, il 32%.

Qualcosa di grande si stava preparando

«Sarebbe molto facile», scrisse Casini, «ripensare all’esperienza del referendum sull’aborto per trarne conclusioni amare o per formulare critiche in varie direzioni» (Una strategia culturale, cit.). Una ricorrenza che non deve, dunque, passare inosservata perché quell’esperienza va compresa a fondo nel suo significato positivo, nonostante il risultato numerico. Sarebbe bene rileggere l’articolo citato in apertura, per ritrovare il seme di qualcosa di grande che stava preparandosi e che aspettava un popolo per realizzarsi nel tempo a venire. Quel referendum è stato l’occasione per mostrare una partecipazione alla vita pubblica gratuita e generosa, sganciata da interessi e tornaconti personali; un momento di unità culturale del mondo cattolico per difendere il comune (dei credenti e dei non credenti) valore della vita umana come fondamento e spinta di rinnovamento della comunità civile (Vita umana e rinnovamento civile e politico fu il titolo di un grande convegno che si svolse a Firenze il 14 novembre 1981); l’episodio che ha consentito di proclamare il diritto alla vita come prima manifestazione della dignità umana il cui riconoscimento è condizione affinché la libertà sia libertà e non sopraffazione. Per molti fu la circostanza che permise di misurarsi con la menzogna e la censura della propaganda ideologica contraria al riconoscimento del concepito come uno di noi e del conseguente diritto a nascere e per imparare il linguaggio e lo stile che unisce la verità all’amore; la contestazione di una società incentrata sulle categorie del fare, dell’apparire, del possedere; la verifica che la forza della fede è capace di rendere più forti le ragioni della ragione. «Di qui la tensione verso l’avvenire dell’impegno referendario: non una conclusione, ma un inizio; non una vicenda settoriale, ma l’individuazione degli elementi basilari di una ricostruzione morale e civile oggi così urgente: l’esistere come primo valore, la maternità (quindi la famiglia) come prima solidarietà. In questo contesto, il solo fatto di condurre l’impegno referendario ha affermato la centralità politica del diritto alla vita» (Una strategia culturale, cit.). Una rivoluzione culturale.

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