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Un “Trionfo” rinnovato. Il primo oratorio di Händel all’Opera di Roma
Musica · Arti e spettacoloSc 783

Un “Trionfo” rinnovato. Il primo oratorio di Händel all’Opera di Roma

di Paolo Piro

maggio 2026

A inizio Settecento l’opera italiana spopola in tutta Europa. Tranne a Roma, dove papa Clemente XI, nel 1703, ha messo al bando il teatro musicale in quanto licenzioso, incompatibile con l’esercizio delle virtù. Eppure, proprio mentre l’opera è proibita, la vita musicale romana si rivela dinamica, non solo per lo sviluppo della musica strumentale o sacra, ma soprattutto per la rapida affermazione di un genere nuovo, che proprio al divieto dell’opera deve la sua nascita e il suo successo: l’oratorio.

A metà strada tra dramma sacro e cantata edificante, l’oratorio si basa su testi di argomento biblico o morale. Ma spesso, sotto la patina ufficiale, sconfina a tal punto nei linguaggi e nelle suggestioni del teatro profano da giustificare l’etichetta di “opera di contrabbando”: non potendo importare i titoli che trionfano a Napoli o Venezia, i mecenati romani mobilitano riserve di creatività per rispettare il divieto senza rinunciare ai piaceri dell’ascolto.

Cardinali e nobili come Pietro Ottoboni, Francesco Maria Ruspoli e Benedetto Pamphili, animatori dell’Accademia dell’Arcadia, trasformano i palazzi romani in centri di creazione musicale. È proprio il cardinale Pamphili che nel 1707, affida un suo libretto a un giovane musicista tedesco appena arrivato a Roma. Già acclamato a San Giovanni in Laterano per i suoi prodigi di organista, il ventiduenne Georg Friedrich Händel si misura per la prima volta con un oratorio di ampio respiro: Il trionfo del Tempo e del Disinganno.

L’inventiva, la maturità, la varietà espressiva della partitura lasciano a bocca aperta. Un’esuberanza senz’altro favorita dall’ammirazione smisurata che il committente, autore del libretto, lascia trapelare persino tra le righe: verso la fine della prima parte, l’apice delle attrattive terrene è rappresentato da un «leggiadro giovinetto», nient’altri che un organista, alle prese con un passaggio di grande virtuosismo, che «fa con la mano/opre più che mortali».

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