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Il mestiere di scrivere - colloquio con Ferruccio Parazzoli
Editoria · LettereSc 736

Il mestiere di scrivere - colloquio con Ferruccio Parazzoli

di Chiara Telmon

giugno 2022

Ferruccio Parazzoli è fra più amati scrittori italiani. Con Edizioni Ares ha pubblicato Emilio Salgari. Il grande sogno (pp. 160, euro 15), un viaggio dentro la narrativa del padre di Sandokan. In questa conversazione Parazzoli racconta la sua vita nel mondo dell’editoria: dall’incontro con Mario Apollonio all’università alla cinquina del Premio Strega, passando per gli Oscar Mondadori.
  • Nel suo libro Il gioco del mondo parla di colloquio e non di intervista. In che cosa si differenziano queste due modalità di incontro tra persone? Glielo chiedo perché questo vuole essere più un colloquio che un’intervista… mi piacerebbe che lei si raccontasse e trasmettesse la sua esperienza ai nostri lettori. Il colloquio è una forma di conversazione aperta. L’intervista è una domanda e una risposta, che può esserci o non esserci per nulla. Nel colloquio due persone possono intervenire e modificare quello che l’altro dice e metterlo più a fuoco.
  • Come ha iniziato a lavorare nell’editoria? Che cosa ha significato per lei essere così immerso nel mondo editoriale con così tanta autorevolezza? Qual è stato il momento in cui ha capito che avrebbe voluto svolgere questa professione? (Ride) Non è che l’abbia capito immediatamente, mi ci sono trovato per curiosità e interesse. Ho studiato in Cattolica con Mario Apollonio, e mi piacevano molto il teatro e la storia del teatro. Quando arrivò il momento di scegliere la tesi, andai da Apollonio e gli chiesi se avesse senso fare esperienza nel teatro. Lui mi propose, chiedendomi se avessi voluto lavorare, una tesi che nessuno aveva mai fatto. Una tesi sull’editoria italiana tra le due guerre. Fu un gran lavoro: intervistai tutti i grandi editori e come appendice feci delle tavole che anno per anno documentavano tutto quello che questi editori avevano pubblicato. Dopo la laurea, una sera Apollonio mi propose di andare con lui alla Terrazza Martini perché voleva presentarmi Vittorio Sereni. Andai e mi presentò Sereni. Avvenne il caso che al Saggiatore si liberasse il posto dell’ufficio stampa, allora Sereni mi chiamò e mi chiese se potesse interessarmi questa posizione. E come rifiutare? Ero fuori di me! Ho avuto una fortuna incredibile e da allora mi sono appassionato sempre di più a questo tipo di lavoro.
  • Dopo l’ufficio stampa è approdato alla direzione della collana degli Oscar Mondadori. Che impronta ha voluto dare alla collana? Arrivai agli Oscar dall’ufficio stampa; ero capo ufficio stampa per la Mondadori ma non sapevo fare i libri! Certo, i libri mi arrivavano, li conoscevo, ma io dovevo propagandarli, non farli! Da un giorno all’altro mi chiamò Leonardo Mondadori chiedendomi di andare a dirigere gli Oscar perché si era liberato il posto. Poche volte accadono queste opportunità; o si colgono al volo o conviene lasciare il lavoro. Io naturalmente accettai. Ma bisognava rifare tutto, perché quello era il momento in cui tutte le edizioni tascabili stavano andando a rotoli. Mi misi lì, senza sapere nulla. Forse questa è stata la cosa più bella, il non avere esperienza mi ha permesso di rifare completamente le collane degli Oscar, inventandone di nuove, cambiandone di vecchie, modificando la programmazione. Nel giro di qualche mese, abbiamo rifatto completamente il programma. Poi, abbiamo fatto una campagna di lancio che fu formidabile. Da allora gli Oscar divennero una colonna portante per la Mondadori (ne facevano il 60% del fatturato). Furono dieci anni di gran divertimento e inquietudine, perché non solo bisognava divertirsi, ma dovevano anche tornare i conti.
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