I misteri del dolore e della morte, che non potendo essere ricondotti alla tecnica si rivelano inconciliabili con una visione pragmatica e secolare della vita, generano domande su chi siamo. Antonio Filiberti, direttore del Servizio di psicologia dell’Asl Verbano Cusio e Ossola di Verbania, riflette sulla complessità delle dinamiche psicologiche e spirituali del dolore partendo dalle testimonianze di malati gravi e terminali, che nella malattia hanno ritrovato o mantenuto un attaccamento alla spiritualità. Infatti, ciò che si apprende da questi pazienti è che il dover far fronte a un grave dolore mentale e fisico fa emergere bisogni che esigono di essere compresi anche in un àmbito spirituale. Nel dialogo tra la psicologia e l’antropologia filosofica cristiana, quest’ultima riconosce come tra i bisogni più profondi dell’uomo vi sia quello di trascendenza: per trovare senso alla vita c’è bisogno di un valore assoluto di riferimento (Dio). Aiutare a sentirsi parte di una vicenda cosmica che è poi il senso di appartenere alla storia umana, conclude Filiberti, aiuta a trovare risposta alla domanda ultima sul senso del morire e del soffrire, altrimenti l’uomo rimane schiavo dell’angoscia che lo costringe in una claustrofobica disperazione.
Oggetto di questo lavoro è la complessità del dolore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ci insegna che il dolore è esperienza multidimensionale, differenti aspetti possono concorrere a definirne l’intensità, quali quello somatico, psicologico, sociale e spirituale. Ma c’è da chiedersi che cosa faccia davvero male: il corpo, la psiche o l’anima?1 Per rispondere a questa domanda si rifletterà in questo lavoro sul dolore sperimentato da una persona che soffre di una patologia organica grave (tumore) o che si trova in una condizione clinica di terminalità. In oncologia, il dolore è considerato il sintomo più stressante e prevalente, in particolare nei pazienti in fase avanzata di malattia2. Si stima che il 70% dei pazienti oncologici provi un significativo dolore nel corso della malattia, come evidenziato da Kathleen Foley3, neurologa americana del Cancer Center di New York, pioniera nell’àmbito della terapia del dolore oncologico.
Breve nota antropologica
I misteri del dolore e della morte, misteri che non potendo più essere ricondotti alla tecnica si rivelano inconciliabili con una visione pragmatica e secolare della vita4, inevitabilmente generano domande, che l’uomo sofferente da sempre si pone, domande che conducono a riflettere non su che cosa fare, ma su chi siamo, quesiti che ineriscono l’essere non l’agire. Giovanni Paolo II (Salvifici doloris, n. 9) ci ricorda che l’uomo inevitabilmente nel dolore giunge all’interrogativo del «perché»; interrogativo che spinge a riflettere non solo sulla causa, ma anche a ricercare uno scopo e un senso alla sofferenza provata. La ricerca di senso è funzione innata della mente umana, ci insegna Frankl5, è pulsione epistemofilica che spinge l’uomo a farsi domande sui domini più grandi che lo riguardano, quelli che in una parola definiamo esistenziali. Il non trovare una risposta ai quesiti del dolore e della morte induce una disperante sofferenza di natura spirituale intesa come impossibilità a significare l’esperienza vissuta, ne deriva uno stato d’animo lacerato da un senso di assurdità, vuoto e solitudine cosmica. Il dolore spirituale, così definito, si rivela essere uno dei più lancinanti e inficianti la qualità di vita di persone che devono affrontare una malattia che inevitabilmente scatena l’angoscia della morte e il timore di dover vivere un’esperienza dolorosa, inutile, tragicamente vana, perché non pensata come un viatico verso la guarigione6. Gli aspetti spirituali sono parte di un ordine della vita mentale di un essere umano, il trovare risposte anche a questo dominio della nostra esistenza e agire di conseguenza è la chiave per prevenire patologie psichiche, scrive Vial7; il contrario, aggiungerei, è causa di grave sofferenza che può esitare anche in richieste di eutanasia o di suicidio assistito. Due esempi fra i tanti presi dalla ricerca sul dolore. Un’indagine realizzata da Diane Meier8, del dipartimento di geriatria della Mount Sinai School of Medicine di New York, coinvolgente un campione di medici nord-americani, riportava che il 47% dei loro pazienti avevano richiesto suicidio assistito o eutanasia perché divenuti incapaci di compensare la perdita di senso della vita. Un’indagine svolta all’interno di medici italiani di cure palliative (Sicp) rivelava che dei 359 rispondenti, 139 avevano ricevuto richieste di eutanasia e che 16 ammettevano di averla praticata almeno una volta9. Cecil Saunders10, artefice del movimento Hospice, che ha dato un’illuminante descrizione del dolore coniando il termine total pain, soleva dire che di fronte a una richiesta di eutanasia o di suicidio assistito «qualcosa o qualcuno è venuto a mancare» e che questo qualcosa aveva a che fare con questioni inerenti la spiritualità.
Il ruolo dell’ascolto
In questo lavoro ci soffermeremo ad ascoltare ciò che ci giunge da coloro che si trovano in condizioni cliniche complesse, se non disperate. È un ascolto che verrà iscritto in una cornice teorica che prevede l’adozione di un modello di mente e di persona compatibile con una visione antropologica, che riconosce come tra i bisogni più profondi e veri dell’uomo vi sia quello di trascendenza; ogni essere umano possiede il potente desiderio di supporre che il mondo in cui vive abbia una sua logica, un senso che dev’essere rivelato e scoperto, ma che per trovare senso alla vita ci sia bisogno di un valore assoluto di riferimento11. Esiste una tensione fondamentale verso la scoperta di senso della vita, verso l’assoluto, verso Dio12. Rifiutando di conoscere Dio quale suo principio, l’uomo infrange il debito ordine in rapporto al suo fine ultimo e l’armonia in rapporto a sé stesso, agli altri uomini e a tutta la creazione. Così l’uomo si trova diviso in sé stesso (Gaudium et Spes, n. 13) e la lezione antropologica è sintonica con quella psicopatologica che ci insegna che quando l’uomo si trova in uno stato divisione di sé si trova in uno stato di grave sofferenza psichica. Il tentativo di far dialogare queste due visioni dell’uomo, quella psicologica e quella antropologica, troverà in questo testo degli esempi di concreta attuazione, casi clinici, che ci permetteranno di fare alcune riflessioni sulla relazione che una persona che si trova nelle condizioni cliniche sopra descritte ha con la spiritualità e su come non si possa evitare di considerare le questioni spirituali nella costruzione di un programma di cura ritagliato sui bisogni più profondi dei sofferenti.
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