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Il colorato universo di Puškin. Colloquio con Giuseppe Ghini

Il colorato universo di Puškin. Colloquio con Giuseppe Ghini

di Alessandro Rivali

marzo 2022

Giuseppe Ghini, ordinario di slavistica presso l’Università degli Studi di Urbino, ha tradotto per Ares nel 2018 Il primo amore e altri racconti inediti di Anton Čechov e ha scritto il saggio Anime russe – Turgenev, Tolstoj, Dostoevskij. L’uomo nell’uomo (Ares 2014). Abbiamo dialogato con lui all’uscita della sua versione dell’Onegin di Puškin, un romanzo in versi che segna un felice punto di non ritorno nella storia della letteratura russa.

l Perché l’Onegin è un’opera spartiacque della letteratura russa? Nella tua ricca Introduzione scrivi: «Onegin è un prodotto della cultura moderna europea, una cultura falsa, mediocre e borghese, incapace a un tempo di contemplazione e di azione e dunque in situazione di stallo perenne. Una cultura che ha optato per l’immanenza e ha perso il sentimento dell’eterno…». Quando Puškin comincia a scrivere, ha davanti due gruppi di intellettuali totalmente divisi sulla questione della nascente lingua russa: chi voleva che il russo recuperasse le sue radici antico slave e chi voleva modellarlo sul francese. Si trova davanti una società che in gran parte si vergogna si esprimersi in russo, lingua che sostituiva col francese per esprimere i sentimenti sottili, intimi. Ha come modello di eroe quello byroniano capace solo di raccontare di sé, delle proprie avventure, sebbene fosse in realtà in una situazione di stallo esistenziale. Ed un modello di romanzo che necessariamente deve concludersi con un happy end.

Ora, Puškin ci presenta un romanzo in versi che mescola senza rispetti reverenziali (cioè usa funzionalmente) termini slavo-ecclesiastici e francesi, inglesi e italiani, il russo del registro elevato e di quello colloquiale. Fa scrivere in francese alla sua eroina una meravigliosa lettera d’amore, piena di espressioni tenere e audaci, salvo poi tradurla in russo. Mentre il protagonista maschile, la sua lettera di amore senza speranza, la scrive direttamente in russo. Prende garbatamente in giro il personaggio che incarna il poeta romantico, però lo eleva altresì a vittima sacrificale di un sistema di valori solo esteriori, mentre, con l’andare della vicenda, il protagonista, che inizialmente si atteggia a eroe byroniano, diventa degno di compassione proprio per la situazione di stallo esistenziale in cui viene a trovarsi. E infine ci lascia con un finale contraddittorio e irrisolto, con un palmo di naso, come il suo eroe che si trova da solo, in ginocchio, nel salotto di un palazzo che non è il suo, mentre stanno arrivando gli ospiti. Sì, direi proprio che è un’opera spartiacque.

l Chi sono gli autori più celebri stregati da questo romanzo in versi? Nella quarta di copertina leggiamo l’espressione di Brodskij: «Semplicemente, in un modo o nell’altro, noi tutti, fino a un certo punto, continuiamo a scrivere l’Evgenij Onegin…». Lasciami ricordare un solo autore che è stato stregato dall’Onegin e che contemporaneamente ha contribuito a creare il mito dell’Onegin in una giornata particolarmente russa. Nella prima pubblicazione dei Fratelli Karamazov, avvenuta a puntate sulla rivista «Russkij vestnik», c’è un intervallo particolarmente evidente a metà del 1880. Dostoevskij, infatti, interruppe la pubblicazione del suo capolavoro per dedicarsi al Discorso su Puškin che pronunciò l’8 giugno del 1880 alla Società degli amanti della letteratura russa. Con questo discorso Dostoevskij presentò Puškin come il creatore del tipo russo «oneginiano», quello che, dopo le riforme europeizzanti di Pietro il Grande, si è distaccato dal popolo e si nutre di una cultura ostile a quella della sua patria, e che al tempo stesso soffre di questa sua alienazione. Contemporaneamente, sosteneva Dostoevskij, Puškin è all’origine del tipo modellato su Tat’jana, portatrice della bellezza russa e dello spirito russo collegato con la cultura del popolo: più che essere un tipo opposto al primo, gli si oppone come la medicina si oppone alla malattia, la salvezza all’assenza di speranza. L’ultima tesi dell’autore di Delitto e castigo è che, con l’Onegin, Puškin ha pronunciato una parola universale, capace di superare e fondere i particolarismi nazionali. La reazione della sala, in quel giorno del 1880, fu semplicemente entusiasta, con persone sconosciute che si abbracciavano, piangevano, si chiedevano reciprocamente perdono, stregati dall’Onegin di Dostoevskij. Da quel giorno, anche coloro che nutrivano ancora dubbi sull’importanza di Puškin e sulla centralità dell’Onegin nella cultura russa si convinsero del suo indiscusso primato.

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