«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» e «la sovranità appartiene al popolo», recita l’art. 1 della Costituzione italiana (foto). Tuttavia, la libertà sindacale garantita dall’art. 39 della stessa Costituzione è stata disattesa dalla normativa vigente, che ha voluto imporre il criterio della “maggiore rappresentatività”, il quale ha favorito i sindacati legati ai maggiori partiti politici rappresentati in Parlamento e ha imposto una restrizione alla rappresentanza democratica dei lavoratori. Alessandro Catelani, già professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico all’Università degli Studi di Siena, paragona tale criterio al diritto di voto in passato riservato ai soli contribuenti più ricchi, perché considerati maggiormente rappresentativi. La riforma di una normativa incostituzionale è ineludibile, ma il ceto politico e le parti sociali sembrano preferire il mantenimento dei vantaggi che essa permette sul piano della prassi.
La Costituzione repubblicana ha garantito nella sua assolutezza la libertà sindacale (art. 39, 1° comma). L’unica condizione che ha imposto per il riconoscimento dei sindacati è che garantiscano un ordinamento interno a base democratica (art. 39 cit., 3° comma).
A quest’ultima prescrizione costituzionale, che aveva lo scopo di garantire la democraticità del sistema, non è mai stata data attuazione. E l’organizzazione sindacale ha subìto un percorso completamente diverso da quello che la Costituzione aveva prescritto.
Dal dopoguerra a oggi, l’organizzazione sindacale, dopo la caduta del regime corporativo, ha ben presto subìto l’influenza dei maggiori partiti rappresentati in Parlamento, i quali hanno fatto a gara nel controllare i sindacati, quali forze elettorali assolutamente decisive per rafforzare il proprio potere. Cospicui finanziamenti sono stati dunque elargiti ai sindacati a essi collegati. E si è ben presto arrivati a una regolamentazione che istituzionalizzasse questa posizione di forza. Un controllo sulla consistenza numerica degli aderenti alle varie organizzazioni sindacali non lo si è mai voluto fare. E il legislatore ha sostituito al criterio prescritto dalla Costituzione quello della “maggiore rappresentatività sindacale”.
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