Cattolici, liberrali, «autonomi» & la popolazione civile non armata
Oggi in Italia tutti conoscono Bella Ciao!, ma quasi nessuno – soprattutto se studente stando ai testi scolastici e universitari adottati – conosce i nomi del capo politico e del capo militare della Resistenza: Alfredo Pizzoni, presidente del Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia (ClnAi), e il generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo Volontari della Libertà (Cvl), l’organismo che era il comando unificato delle brigate partigiane (con il comunista Luigi Longo e Ferruccio Parri del Partito d’Azione suoi vice).
Si è imposta una rappresentazione della Resistenza italiana come movimento animato e guidato per lo più da leader stalinisti e quindi «tradìto» quando comunisti e socialisti fedeli a Stalin furono estromessi dal governo nazionale nel 1947 e venne avviata una ricostruzione dello Stato nel quadro della democrazia occidentale.
«A settantacinque anni di distanza dalla fine della guerra, la memoria della Resistenza non solo resta un fattore profondamente divisivo all’interno del Paese, ma mostra sempre meno capacità di suscitare interesse nelle nuove generazioni»: così Tommaso Piffer nell’introdurre il libro da lui curato su Le formazioni autonome nella Resistenza italiana (Marsilio, Venezia 2020, pp. 264, euro 24), che appunto mette a fuoco come la «guerra della memoria» abbia le radici già nella Resistenza, nel diverso modo di intendere e combattere la lotta partigiana e quindi di ricordarla: da un lato, c’erano le brigate a prevalente guida comunista, che consideravano la lotta armata come la strada che avrebbe portato a una radicale trasformazione sociale; dall’altro, c’era chi aveva fatto la scelta di prendere le armi per liberare l’Italia dai tedeschi e dar vita non a un nuovo ordine sociale classista, ma a un regime democratico antifascista.
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