L. Ariano, C. De Falco, I naufraganti, Industria & Letteratura, Massa 2025, pp. 72, € 12
C’è un respiro che attraversa queste pagine, ed è quello di un’umanità in bilico. Non più soltanto spettatrice, ma corpo immerso nel vortice di eventi che hanno mutato la nostra epoca: pandemie, guerre vicine, crisi climatiche, algoritmi che scandiscono i passi. I naufraganti è una silloge che si fa diario collettivo del disorientamento, un mosaico di visioni dove il privato e lo storico si confondono, senza margine né confine.
La parola poetica, qui, è frammento che trattiene l’urto della storia, scatto istantaneo di un tempo che fugge. Tra versi e prose brevi, la voce si spezza, si accumula, diventa grido o sussurro, «in un eterno presente che capire / non sai». È una lingua che non cerca armonia, ma resistenza; che nel caos tenta di nominare ancora, di fissare memorie prima che si dissolvano nel flusso delle notizie o nell’oblio digitale.
I paesaggi evocati non sono mai neutri: dalle autostrade immerse nella nebbia ai cimiteri inattesi, dai balconi del Medio Oriente alle piazze dell’Est Europa, ogni luogo diventa ferita, deposito di voci. Eppure, dentro questo accumulo di rovine, si accende la scintilla di un gesto umano: un abbraccio sotto un cielo di missili, una candela accesa, un bacio improvviso. Sono epifanie minute, che resistono al naufragio.
La struttura stessa della raccolta segue questo destino: i testi si muovono tra poesia e prosa, come se il linguaggio, infettato dalla crisi, cercasse nuove forme per sopravvivere. Non c’è un centro, non c’è un ordine definitivo: solo la tensione continua di una scrittura che si fa testimonianza e pellegrinaggio.
In questo libro il naufragio non è un punto d’arrivo, ma una condizione: essere naufraganti significa abitare il presente come fosse una nave che imbarca acqua da ogni lato. E tuttavia, dentro questa precarietà, resta la possibilità di un canto: fragile, interrotto, ma ancora vivo.
La silloge allora non ci consegna un approdo sicuro, ma un varco: il naufragio diventa condizione universale, eppure, dentro l’acqua che sommerge, brilla un riflesso, un miraggio di salvezza. È così che la poesia, fragile e indomita, si fa stella polare: non indica una rotta definitiva, ma illumina il viaggio, mostrando che nell’abisso stesso può nascere la promessa di un nuovo orizzonte, di una nuova speranza per l’umanità.





