Il giornalista e scrittore cattolico Martin Mosebach1 nel libro I 21. Viaggio nella terra dei martiri copti (Cantagalli, Siena 2022, pp. 262, euro 22), tratteggia un «grande affresco sul cristianesimo copto» (p. 251), come evidenzia il curatore dell’edizione italiana, Leonardo Allodi, docente di Sociologia dei processi culturali all’Università di Bologna, poiché in un modo «allo stesso tempo toccante, esigente e di incomparabile ricchezza spirituale […] ci invita […] a un “pellegrinaggio”», sottolinea il card. Robert Sarah nella prefazione, alla «scoperta della comunità cristiana egiziana dei ventuno martiri copti, giustiziati il 15 febbraio 2015 su una spiaggia di Sirte, in Libia, da parte di alcuni miliziani dello Stato Islamico» (p. 9). Sei giorni dopo, il primate della Chiesa copta ortodossa Tawadros II li ha iscritti nel Martirologio dei santi copti2.
L’incontro di Mosebach con le famiglie dei giovani martiri e con i rappresentanti del clero copto fanno conoscere una storia pressoché ignorata in Occidente, quella della Chiesa copta, che a partire dalla conquista islamica dell’Egitto nel VII sec. d.C. si è sempre esercitata nella resistenza a una maggioranza ostile, fino al martirio, senza mai essere tentata di ricorrere alla violenza, mantenendo viva l’eredità apostolica del primo cristianesimo e costituendo un esempio per la riscoperta di sé del cristianesimo occidentale smarrito. Il card. Sarah richiama in proposito un’affermazione di san Giovanni Paolo II del 7 maggio 2000: «L’ecumenismo dei martiri […] indica la via dell’unità ai cristiani del XXI secolo» (p. 16). Infatti, la morte innocente, non ricercata per sé stessa (sarebbe come provocare Dio per ottenere il paradiso), ma accolta per amore di Dio e del prossimo, identifica ogni martire a Cristo, “Principe dei martiri”3.
Una conferma viene dalla scelta di Matthew Ayariga, l’unico dei Ventuno che proveniva dal Ghana e che non era copto: i miliziani, credendo che non fosse cristiano, volevano liberarlo, ma egli ha dichiarato di essere cristiano e per questo fu lasciato con gli altri. Mosebach nota che con la sua esplicita ammissione Ayariga ha preferito richiamarsi allo stato conseguito con l’azione sacramentale del Battesimo piuttosto che affermare di credere in Cristo, ossia di riferirsi a un atto che appartiene al regno del pensare, soggetto al dubbio. E il suo battesimo di sangue è stato sufficiente alla Chiesa copta per inserirlo nel Synaxarium, anche se essa non considera valido il Battesimo di un’altra Chiesa. Il nome Matthew, poi, è simbolico nelle Chiese antiche dell’Africa: «L’evangelista e apostolo Matteo, secondo la tradizione, ha subìto il martirio in Etiopia e, in questo modo, è divenuto il fondatore della Chiesa etiope, la Chiesa sorella della Chiesa copta, il cui fondatore è l’evangelista Marco. E anche se Matthew non era un etiope, il suo nome lo lega all’Africa nera copto-cristiana» (pp. 129-130).
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