I maledetti. Dalla parte sbagliata della Storia di Andrea Colombo
febbraio 2025
Andrea Colombo, I maledetti. Dalla parte sbagliata della Storia, Nuova edizione accresciuta, Lindau, Torino 2024, pp. 376, € 24,00.
«L’impronta di maledetti non si cancella», così concludeva la sua recensione l’anonimo redattore del Secolo d’Italia il 23 ottobre 2017, solo pochi giorni dopo l’uscita nelle librerie del libro di Andrea Colombo, «ma più che rappresentare un marchio d’infamia diviene stigma di grettezza intellettuale, di incapacità di riconoscere il vero talento e di liberarsi degli spettri del passato». Parole sacrosante. La ristrettezza di vedute e la justesse pour juger, come Montesquieu la chiama, è sempre quella, a tutte le latitudini, dei pubblici amministratori e gretti sono, a voler scendere giù giù la scala delle competenze e dei ruoli, tutti gli impiegati (al noto saggio di Kracauer i nostri uomini politici dovrebbero dedicare un’attenta lettura). Il potere, allo scopo di autoalimentarsi, di mantenersi in vita, si inventa amici immaginari, ostracizza nemici non meno immaginari, si ascrive i meriti dei successi e incolpa gli altri, gli avversari, che in Italia sono da sempre i «nemici» (lo intuirono Montanelli e Sartori, due nasi finissimi), degli insuccessi. In psichiatria il meccanismo autoassolutorio e narcisistico che proietta sugli altri ciò che si teme, ossia quanto si rimuove dal cono di luce della coscienza, è definito col termine paranoia. Molti dei personaggi descritti da Colombo, il cui racconto si deliba come un bicchiere di rosolio, con gusto e con curiosità crescenti a ogni nuova pagina, erano senza alcun dubbio degli illusi, quando non dei paranoici. Ma non erano malvagi, con buona pace di Hannah Arendt, ebrea, allieva e amante del filonazista Heidegger, teorizzatrice della «banalità del male» che quella scorgeva dappertutto. La lucida serenità di Eichmann al processo? Questa si spiega con una coscienza ottenebrata non tanto, secondo noi, dall’ideologia, quanto da un supremo senso del dovere (ignoto alla generalità degli italiani). Ma gli altri? I «volonterosi carnefici», come Goldhagen li ha chiamati, i vari collaboratori, gli Hamsun, i Lorenz, i Marinetti, i Papini, i Céline, tutti coloro dei quali Colombo mette in luce meriti e macchie, le seconde più dei primi? Come si spiega l’adesione al nazismo di tanti intellettuali, fra i quali tre premi Nobel? Il racconto di Colombo, avvincente e bene informato, tradisce costantemente la voglia e il tentativo di spiegare ma, con la prudenza dello storico di consumata esperienza, egli si astiene dal farlo. Giunti che si è all’ultima pagina, si vorrebbe capire, ma nemmeno la breve e succosa intervista a Massimo Fini ci aiuta in tal senso. La lettura di questo libro, appassionante come pochi altri che ci è capitato di leggere in questi mesi, si integra perfettamente col revanchismo storiografico – benemerito – dei Pansa, dei Dondi, delle Morgan che raccontano gli eccidi compiuti dai partigiani a guerra ormai finita. Il nostro Paese non ha mai fatto i conti col proprio passato, a differenza della Germania, che li fa ogni giorno e che proprio per questo, grazie al Nullpunkt del dibattito storiografico, può oggi combattere a fronte alta le simpatie estremistiche di «Alternative für Deutschland». Non accade in Italia, dove la gente esita ad ammettere le colpe dei padri, di tutto incolpando sempre e solo gli altri (v’è molto sadismo nella nostra Sinistra egemonica, il sadismo degli insicuri, il sadismo dei pervertiti, il sadismo dei piccoli Edipo desiderosi di far fuori il padre e i padri, il sadismo degli ignoranti e delle mosche cocchiere). Colombo non assolve i suoi sfortunati, i maledetti del titolo. Racconta, uomini, la loro storia. È la maniera più efficace di raccontare: nuda facta. Nessuno si ricorda, oggi, di una frase pronunciata da Moravia («indifferente» nel Ventennio, organico al Pci dopo la guerra) in occasione dell’omicidio Pasolini: «A fronte degli errori commessi, ogni artista dovrebbe godere dell’immunità da ogni potestà punitiva come di un ombrello» (non ricordiamo le esatte parole, ma il senso era quello). Quando un pittore (Caravaggio), un musicista (Carlo Gesualdo) o un filosofo (Althusser) uccidono, si resta sgomenti. Si reputa che artisti e filosofi vivano quasi un’esistenza extra vitam, come scrive Seneca in De beneficiis. Ci si stupisce laddove essi risultino umani, troppo umani. Li si biasima così come fa Dante con Oderisi da Gubbio. Per Hamsun e Pound si invoca l’attenuante della demenza. Eppure, non ci risulta che alcuna attenuante gli sgherri di Togliatti abbiano accordato al «pentito» Ignazio Silone (la differenza tra la vecchia Sinistra e la Nouvelle Droite si misura anche in questo, nell’ingenerosità del giudizio storico). Piace il titolo. «Maledetti» fa terribilmente Baudelaire e Rimbaud, i maudits e la modernità. I personaggi tratteggiati da Colombo, grande narratore, sono viceversa piccoli piccoli. La Storia li ghermisce e ne fa un boccone, «mena li spirti con la sua rapina, / voltando e percotendo li molesta», ma essi non sanno reagire se non facendosi scudo dei loro quadri, delle loro prose, del loro diffuso nichilismo (si vedano le pagine stupende che Colombo dedica a Emil Cioran). In tempi grami negare la realtà è, se non un dovere, però un diritto (con buona pace di quel trombone che era Bertolt Brecht). È proprio questo diffalco, questa enorme dismisura tra vita vissuta e vita immaginata, tra quella e lo zoo di vetro di pochi sognatori incalliti, i quali per nulla al mondo si lascerebbero distogliere dai loro sogni, a fornirci il senso di una tragedia che è sempre e solo della persona, della persona in carne ed ossa, come Tolstoj insegna, mai di un popolo. I «diversi» raccontati da Hans Mayer sono tutti eroi tragici (ebrei, donne, omosessuali). Colombo ci insegna che anche gl’intellettuali lo sono stati, eroi, sotto il tallone del nazifascismo. Anche loro «diversi» ma, a differenza da quelli di Mayer, mai risarciti dal giusto «onor dell’arte», mai ripagati da una promessa di riesame, mai indennizzati da un serio ed equanime revisionismo storiografico (quello di Colombo e di pochi altri costituisce una felice eccezione). Se già la loro vita era stata difficile sotto l’egida del gerarca Pavolini, dopo la guerra essi dovettero subire pure l’affronto della damnatio memoriae, della condanna postuma senza appello. La necessità di ritornare a pensare servendosi delle categorie tragiche, che la lettura del libro di Colombo ci invoglia a recuperare, è oggi condivisa da pensatori del calibro di Martha Nussbaum e di Sergio Givone. Lo si dica senza arrossirne: questa degli intellettuali «maledetti», condannati a stare «dalla parte sbagliata della Storia», è la hamartia (ἁμαρτία) dei tragici greci, la stessa di Amleto e di Otello. Fatalità frammista a umana debolezza (che unicamente i soloni dell’ideologia non sono disposti a perdonare). Non è un caso se Albert Camus (insieme a Mauriac, Valéry e Cocteau) avrebbe firmato l’appello per concedere la grazia al collaborazionista Brasillach. L’esistenzialismo filosofico e azionista degli anni Cinquanta, quantunque prevalentemente, ma non solo, «di Sinistra», altro non fu se non l’organico proseguimento della tragedia di questi intellettuali «maledetti», quello di un sofferto «esilio interno» rinato ora sub alia specie e raccolto intorno ai «cattivi maestri» del dopoguerra. Gli artisti e intellettuali compromessi col regime, i «sommersi», non fecero che anticipare, con le loro ambiguità, coi loro tentennamenti, con le loro paure, coi loro dubbi, la vis compromissoria dei vincitori, i «salvati». Questi ultimi più fortunati, questo è certo, perché a loro agio dalla parte «giusta» della Storia, perché coccolati dal soffocante abbraccio dell’egemonia, ma non per questo più onesti o più felici o migliori, in una parola, di quelli che erano stati e avevano combattuto dall’altra parte.





