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I lirici greci nella postmodernità
Classici · LettereSc 734

I lirici greci nella postmodernità

di Silvia Stucchi

aprile 2022

Nel 1940 Salvatore Quasimodo, con la sua traduzione dei lirici greci, scriveva un volume destinato a diventare un classico: traducendo, infatti, le più antiche poesie del mondo occidentale dopo Omero, le prime in cui un poeta dica «io» e parli di sé, Quasimodo riusciva a fondere le ragioni della poesia lirica greca, per certi versi così diversa e lontana dalla nostra sensibilità – anche se racconta sentimenti ancora oggi condivisi e noti a ogni uomo (l’amore, l’odio, la consapevolezza della fugacità della vita ecc.) – con la poesia moderna, dando vita a un testo diventato un punto di riferimento quando si parla di traduzioni poetiche. Tale è l’ambizione di Roberto Mussapi, che con i suoi Lirici Greci (Ponte alle Grazie, Firenze 2021, pp. 220, euro 16) mira a dare ai lettori un libro con un’analoga finalità: offrire a una fruizione più ampia possibile quel mondo tanto remoto. Per rendere Archiloco, Alceo, Saffo, Mimnermo, Simonico, Ibico, Alcmane, Anacreonte più vicini a noi, Mussapi sceglie di non seguire un ordine cronologico, ma un criterio poetico e drammatico. E, oltre ai lirici greci arcaici, che pure, volutamente, non sono tutti presenti (mancano del tutto, per esempio, Solone, Ipponatte, Teognide) c’è però spazio in questa antologia anche per un’incursione nell’epigramma ellenistico – con Asclepiade di Samo e Nosside – e per i tre grandi tragici: Eschilo, con un passo dal Prometeo incatenato (vv. 436-471; 476-506); Sofocle, con il primo stasimo dell’Antigone; e infine le parole della Nutrice sull’amore nell’Ippolito di Euripide (vv. 433-481). La scelta è solo apparentemente sconcertante, perché, come afferma Mussapi (cfr la Nota del traduttore, pp. 215 ss.), i lirici «sono poeti dalla voce primaria quanto i tragici», ed esiste «lirica assoluta nei monologhi o cori di Eschilo, Sofocle, Euripide, così come brucia tragedia, a nuda voce, nei versi di Saffo e Mimnermo». Tre sono i generi della poesia: lirica, drammatica, epica. Ma il primo, la lirica, sottolinea Mussapi, «non è soltanto un genere, ma il combustibile della poesia in ogni sua manifestazione.

Drammaturgia nella lirica

Quello che Mussapi ha cercato di fare è «manifestare una drammaturgia della lirica» (p. 217): per questo motivo il volume si apre su Saffo, perché, al di là della mera periodizzazione – in nome della quale Archiloco dovrebbe aprire la serie dei lirici –, la sua poesia rappresenta «l’Eros puro e assoluto, in cui il mondo dei sensi e quello divino coincidono nella passione, il divino Eros greco». Invece, la sezione dei tragici inizia con Eschilo, e non soltanto per una mera questione di priorità cronologica, ma anche perché egli «risponde […] all’angoscia dei poeti, verso una divinità a volte indifferente, generosa ma imperscrutabile e sottoposta al Fato, all’angoscia di un oltretomba buio e vuoto» (p. 218): e dunque questa seconda parte del libro culmina con lo stesso tema su cui si apriva: la celebrazione dell’amore e della forza di Afrodite, come afferma la Nutrice parlando alla sua padrona, parole che vogliamo riportare in questa sede: «Una dea si è sdegnata e ti ha colpito./ Sì, sei innamorata, e allora?/ È cosa da gridare al miracolo?/ Ti sei innamorata, come tanti./ E per questo vorresti toglierti la vita?/ Che bella vita se chi si innamora o si sta innamorando/ dovesse ogni volta, chissà perché, morire./ Non si resiste, quando infuria, a Cipride./ Si accosta dolcemente a chi le cede,/ ma se incontra qualcuno che si oppone,/ e che pretende troppo da sé stesso,/ e perde la cognizione dei limiti tra umano e divino,/ non è difficile immaginare come lei lo massacri./ Alza gli occhi al cielo: lì è Cipride!/ Guarda le onde che muovono il mare: Cipride! / Tutto è nato da lei, è lei la dea che semina,/ lei che ci infonde il desiderio, sì, il desiderio/ a cui dobbiamo la nostra vita stessa,/ noi, tutti, tutti noi qui, sulla terra» (Ippolito, vv. 433-450).

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