Gli inquietanti scenari di «Squid game»
novembre 2021
No, non è un capolavoro. Squid Game (Il gioco del calamaro), la serie più vista di sempre su Netflix (142 milioni di spettatori, cifra in continua crescita), vietata in teoria ai minori di 14 anni, ma in realtà fenomeno dilagante proprio tra i bambini e i preadolescenti, non è all’altezza di Parasite di Bong Joon-ho, vincitore dell’Oscar nel 2020, cui è stata paragonata se non altro per la stessa provenienza sudcoreana. Si tratta di un prodotto di buona qualità, ben scritto e ben girato, con una cura estrema per ambientazioni e musiche che immergono efficacemente lo spettatore in un mondo distopico dove si consumano atti d’inaudito cinismo e spietatezza in uno spazio che sembra un innocuo parco giochi per bambini. L’intreccio funziona ed è difficile staccarsi perché ogni puntata si chiude con un cliffhanger – un «gancio» narrativo – che impone la visione del successivo episodio al più presto. Ma non mancano incoerenze narrative e personaggi incompiuti, oltre a colpi di scena poco spiegabili se non con il desiderio di stupire a ogni costo lo spettatore.
Giochi e lotta all’ultimo sangue
La storia – disponible solo in lingua coreana sottotitolata – è quella di un gruppo di 456 disperati, in povertà estrema, molti arrivati a promettere agli strozzini anche i propri organi vitali (con un documento di rinuncia ai diritti fisici) che decidono di partecipare allo Squid Game, dal nome di un popolare gioco coreano per bambini, dove ci si sfida all’interno di un perimetro dalla forma stilizzata di un calamaro. In palio c’è una cifra enorme (equivalente a 33 milioni di euro), e in tutto sei giochi in cui sfidarsi: chi perde viene eliminato, ma non in senso metaforico. Nel primo gioco – «Un, due, tre stella» – si chiarisce ai partecipanti la vera dinamica della gara. Tutti quelli che si sono mossi, e quindi restano esclusi, vengono immediatamente uccisi a colpi di mitragliatrice da un gruppo di anonimi aguzzini in tuta rossa e maschera. Ben presto il campo da gioco si trasforma in un macabro ammasso di corpi e il terrore si sparge tra i sopravvissuti. Ma la vita nel mondo fuori è così orrenda per chi non ha un soldo, da indurre i partecipanti, lasciati liberi di andare a casa nel secondo episodio (intitolato «inferno»), a tornare entro pochi giorni sulla misteriosa isola dove si svolgono i giochi, anche se è ormai evidente che a sopravvivere alla fine sarà soltanto uno di loro.
Nel susseguirsi dei nove episodi si dipanano le vicende umane dei personaggi principali: il protagonista Seong Gi-hun, padre divorziato, dipendente dal gioco d’azzardo, che vive alle spalle della madre, ma vorrebbe occuparsi seriamente della figlia di dieci anni; la giovane Kang Sae-byeok, profuga nordcoreana che sogna di portare con sé la mamma e il fratellino, e il geniale Cho Sang-Hoo, amico d’infanzia di Gi-hun, capo di una società d’investimenti, ricercato per aver truffato i suoi clienti. Si creano alleanze, ma anche tremende rivalità, che portano alla mattanza notturna del quarto episodio, con i giocatori che si ammazzano a vicenda, in una delle sequenze più disturbanti, girata in modo tecnicamente ineccepibile, con luci stroboscopiche ad aumentarne l’effetto ansiogeno. Ma sono molte altre le scene d’inaudita violenza che punteggiano la serie: da riprese splatter di estrazione di organi per il commercio clandestino a impiccagioni e sfide senza esclusione di colpi, ritratte nei dettagli più cruenti. Assistiamo così al degrado fisico e morale dei protagonisti, pronti a lasciar da parte ogni scrupolo, ingannare e uccidere, dimenticando ogni barlume di umanità, pur di riuscire a sopravvivere. Il tutto per il divertimento di un gruppo di nababbi depravati che scommettono su di loro e hanno un vago moto di fastidio ogni volta che i giocatori su cui avevano puntato muoiono e quindi escono dal gioco facendoli perdere. «Siete dei cavalli», dice il misterioso capo delle guardie – il frontman – al vincitore finale invitandolo a guardare tutta la faccenda come un sogno, non così brutto, aggiunge, visto che gli ha fruttato 33 milioni di dollari.
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