«Sembra un frate», borbotta Cesare Garboli, vedendo Giovanni Testori per la prima volta. La seconda, gli sembra «un ergastolano» circondato, però, «da una misteriosa venerabilità». In realtà, lo scrittore è un fiume dagli occhi azzurri. E nei ritratti degli amici pittori? Ecco il Testori polemico, il Testori espressionista, il Testori attore drammatico, il Testori collerico, il Testori vendicativo, il Testori «rapito» (in contemplazione), il Testori aristocratico con gorgiera del XVI secolo. Narratore, drammaturgo, poeta, scrittore d’arte alla maniera di Baudelaire e pittore, nei suoi scritti o nei dipinti e disegni, Testori trasferisce i propri impulsi distruttori, il senso di decadenza che lo opprime, le ossessioni di cui è vittima. Per ritrovarsi, alla fine, terribilmente solo (spesso i grandi lo sono perché devono sbrogliarsela da soli).
Ammirazione per Jean Genet
Tutto ciò, naturalmente, può suscitare nei suoi interlocutori una buona dose di sconcerto, ma solo in quelli che hanno con lui rapporti superficiali e non sono interessati ad approfondirne la conoscenza. Ma nel bene e nel male, si sa, un artista è un artista anche per quella parte di follia che gli permette di creare.
Gianni è un vulcano le cui eruzioni travolgono tutto; seguite da lunghe fasi di abbandono, di tranquillità. E di malinconico pentimento, di infelicità. «Non esiste, per la bellezza, altra origine che la ferita» scrive Jean Genet. La frase dell’intellettuale francese è posta da Giovanni Testori (1923-1993) come incipit di un articolo sul Corriere della Sera (22 dicembre 1991), dedicato a Giacometti. Testori ammira Genet e subisce il fascino sinistro di questo scrittore ribelle per antonomasia, ladro e omosessuale che trascorre parte della sua vita in prigione dove scrive i primi versi.
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