Martina Sandalo, Giovanni e la volpe dorata, 40GB, Piacenza 2025, 50 pp., € 15
Ci sono autori che sbattono in faccia i fatti, come folate di vento improvvise, fin da subito, neanche avessero macchine da presa portate a spalla. Il lettore non ha tregua. Poi ci sono autori che ti prendono per mano e ti dicono dai, vieni, ti racconto una storia… Sono questi a socchiudere porte, scostare tendaggi. Questi narratori non gridano, né sussurrano. La voce, calma, persuade. Non sei tu che leggi, sono loro che ti leggono, e lo fanno proprio nell’istante in cui scrivono. Sono tra quelli che Benjamin, in un saggio su Leskov – riproposto anni fa da Baricco – indicava come eccezioni alla crisi novecentesca della narrazione e che ora possiamo dire immuni alle mode che oggi strizzano l’occhio ai tagli in primo piano, alle inquadrature oblique, ai piani sghembi, alle contorsioni del tempo, ai montaggi impossibili. Tra questi vi sono tutti gli autori di fiabe.
Come Martina Sandalo – classe 1988, piacentina, docente di Lettere – che con il suo racconto lungo non pare scrittrice all’esordio, perché non mostra acerbità alcuna: porta con sé il bagaglio d’una tradizione secolare con insolita leggerezza, servendosene con una disinvoltura che potrebbe sembrare totalmente naturale, persino istintuale, se non fosse così equilibrata da lasciar intendere la presenza indiscussa d’un ferreo controllo culturale. La struttura proppiana, il formulario, il senso atavico e spirituale che risiede nei boschi – i cui alberi fanno colonna, come nei templi, e dove s’avverte il respiro di Dio – sono cose che s’apprendono da bambini, quasi per osmosi. È come se scrittori di fiabe, in fondo, si nascesse. Forse ogni bambino, in nuce, lo è. Poi non lo è più. Il difficile, è ritornarlo. Nel suo racconto la volpe, fulva e d’oro, coadiuvata dagli altri animali del bosco, è alla ricerca di esseri umani speciali, i bambini, anime pure, uniche in grado di sconfiggere l’enigmatica strega Ortica, che infesta la valle dei frutti. Riusciranno Giovanni e Luca, in vacanza sulle Alpi, nel sogno di una notte di mezza estate, a compiere l’impresa, salvando la natura?
Illustrato a colori da Fosca Pirchio con disegni dal tratto irregolare che conserva l’energia vibrante del gesto che l’ha originato, questo racconto della buona notte, mentre intrattiene, veicola – nel suo impianto tradizionale e nella sua scrittura flessibile – garbata e vivace ad un tempo – che accompagna il lettore (e l’ascoltatore) in una dolce rêverie – messaggi d’un’attualità urgente: la salvaguardia dell’ambiente; la forza dell’amicizia e della complicità; il valore del coraggio, dell’inclusione, del perdono; la possibilità della metamorfosi del male nel bene. Destinata ai bambini, è lodevole in virtù di quella magia carezzevole cui siamo stati tutti abituati da piccoli, certo, ma soprattutto in quanto diventa oggi qualcosa di utile: diventa speranza.





