Dal nostro archivio, l’intervista di Vittorio Messori al card. Giacomo Biffi pubblicata sul n. 394 di Studi cattolici (dicembre 1993, pp. 789-792).
Lo scorso 8 ottobre in Bassano del Grappa è stato conferito al cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, il Premio nazionale al merito della cultura cattolica, giunto alla sua undicesima edizione. È il concorde riconoscimento del lavoro teologico e pastorale che, fin da quando venne designato all’ufficio di Vicario episcopale per la cultura della diocesi di Milano, il cardinale Biffi va svolgendo ai fini di un sempre più forte radicamento dei valori cristiani nelle realtà contemporanee. In questa intervista raccolta dal giornalista e scrittore Vittorio Messori, l’arcivescovo di Bologna redige un bilancio dello stato della cultura cattolica in Italia, confermandosi ancora una volta un implacabile martellatore del laicismo nazionale e dei suoi polverosi feticci.
Quando lei insiste sul concetto che la fede deve farsi cultura e quando dice che il cristianesimo deve impregnare di sé tutto l’uomo e che la cultura dell’uomo deve ispirarsi a questa fede, a che tipo di cultura pensa?
Quando il cardinale Giovanni Colombo mi ha mandato a chiamare e mi ha detto che voleva farmi diventare Vicario episcopale per la cultura io ho obiettato di non sapere che cos’è la cultura. E lui m’ha risposto: «Non preoccuparti, perché non lo sanno neanche gli altri». Effettivamente mi sono reso conto che il termine è abusatissimo, paragonabile forse solo al termine progresso della fine dell’Ottocento. Tutti parlano di cultura e ne parlano in termini positivi, ma non si riferiscono al medesimo concetto. Cercando di avere delle piste in questa foresta di definizioni m’è parso di capire che c’erano almeno tre concetti che vanno considerati. Il primo concetto originario, umanistico, secondo il quale cultura vuol dire coltivazione dell’uomo. Poi, soprattutto nel secolo scorso, si è fatto strada un concetto di origine un po’ etnologica, cultura come prodotto delle varie aggregazioni umane, percepite come patrimonio comune (la cultura dei bantù, dei cinesi...). A me pare però che in questi ultimi decenni sia emerso anche un altro concetto: quello di cultura come scala di valori. Quando parliamo di cultura marxista o radicale, ci riferiamo ai valori che sono proposti come tali all’interno di questi movimenti. Se questi sono i concetti di cultura prevalenti, in che senso si può parlare di cultura cattolica? In tutte le suddette accezioni.
Se si parla di coltivazione dell’uomo, io credo che può coltivare l’uomo chi ha un’idea giusta sull’uomo. Io credo che l’idea giusta sull’uomo è quella che ha Dio dell’uomo, non quella che l’uomo ha dell’uomo, è quella che Dio ha rivelato: l’uomo come immagine di Cristo. Perciò non ci meravigliamo che all’interno del mondo cattolico ci si dedichi alla formazione dell’uomo. Anzi direi che allo stato attuale siamo gli unici che tentano di formare i giovani. Non sono molti i giovani che raggiungiamo, però non c’è nessun altro movimento che riesce a radunare i giovani nella misura in cui li raduniamo noi per un’opera formativa a meno che sia per un concerto rock. Questa è una costatazione che ho raccolto dall’allora sindaco di Bologna, Imbeni, in occasione del Congresso Eucaristico diocesano, quando avevamo chiamato don Dossetti e don Giussani a parlare sul tema della città. Il sindaco è venuto, ed entrato nella sala affollatissima della fiera con tantissimi giovani, ha detto: «Noi per radunare cento giovani dobbiamo fare un concerto rock». Quindi io credo che ci sia questa cultura intesa come formazione dell’uomo. Se poi ci riferiamo alla qualità dei prodotti della mentalità cattolica, io penso che il patrimonio della cultura cattolica non sia secondo a nessuno. Perciò mi stupiscono certi complessi di inferiorità che attraversano il mondo cattolico. Chi va a Roma, per esempio, va a vedere le Basiliche o va a vedere il palazzo di giustizia che è il grande capolavoro dell’Italia umbertina? Non c’è niente di paragonabile al patrimonio culturale che è stato espresso dal popolo cattolico: quando il popolo cattolico era in grado anche economicamente di esprimersi costruiva le cattedrali, quando è arrivato lo Stato unitario anche lui ha fatto nel suo piccolo qualche cosa, ma ha costruito soprattutto le soprintendenze. Dobbiamo avere questa consapevolezza. Se poi prendiamo un concetto più moderno, la cultura come scala di valori, oggi come oggi ho l’impressione che non vi siano più scale di valori all’infuori di quella cattolica. Questo spiega la ragione del successo editoriale del Catechismo: quando esce l’enciclica Veritatis splendor fa notizia, fa incredibilmente notizia. Non che venga condivisa: c’è quindi il problema della diffusione della cultura cattolica, ma io credo che sia l’intuizione di fondo che è l’unica scala di valori proposta, all’infuori della quale vi è il niente. Questa non è una cosa molto incoraggiante: ma io credo che oggi il confronto è tra la cultura cattolica e la cultura del niente. I nostri artisti, i nostri canzonettari cantano spessissimo l’assurdo, quando non arrivano addirittura alle canzoni demenziali. Questo è un segno del profondo disorientamento che c’è e non me ne rallegro affatto. Qualche volta lo dico anche ai miei amici comunisti: ma insomma mi deludete un po’, io mi ricordo quando voi proponevate una scala di valori. Adesso propongono solo iniziative come quella di mettere i profilattici nelle scuole, e questa sarebbe la cultura…
Dobbiamo ritenere che la cultura cattolica c’è sempre stata, c’è, continua a esserci e deve esserci perché il figlio di Dio non viene in terra per insegnarci come si fa a incensare il santissimo Sacramento: viene in terra per rinnovare il modo di essere uomini, per insegnarci un modo nuovo e migliore di essere uomini che investe praticamente tutti i campi dove si esprime l’umanità.
Masochismo cattolico
In quest’epoca, dove almeno nei nostri Paesi non vi è persecuzione contro la Chiesa, non le sembra di riscontrare, tra i cattolici, una sorta di autopersecuzione, di masochismo cattolico… In questa prospettiva qualcuno sostiene che riaffermare la cultura cattolica sarebbe uno sfregio al dialogo e una sorta di improponibile trionfalismo. Ci aiuti a capire le ragioni di questo complesso d’inferiorità.
Faccio un po’ fatica a rispondere perché io questo masochismo non me lo sento addosso. Mi sentirei di dire qualcosa sul problema del dialogo. Il dialogo è stato un grosso equivoco: si è pensato che il dialogo consistesse nel dare ragione a ogni interlocutore, ma questo non è dialogo, è la negazione del dialogo. Per poter dialogare con qualcuno, io devo prima di tutto essere me stesso, cioè proporre quella che è la mia idea. La premessa necessaria del dialogo è la propria identità affermata, che può essere confrontata con un’altra identità. Se noi aboliamo ogni identità, perché cerchiamo di scioglierci dentro la mentalità generale, non c’è più dialogo: se io vado a Milano e incontro un mio concittadino che fa il tifo per il Milan, e dico che anch’io faccio il tifo per il Milan, è finito il dialogo. Se invece sono sincero e dico: faccio il tifo per l’Inter, allora andiamo avanti a discutere. E non è neanche vero che la coscienza dell’identità cristiana possa spegnere il dialogo, perché quali sono i veri fondamenti del dialogo alla luce della fede? I veri fondamenti sono che Gesù Cristo è l’archetipo di ogni uomo, perché ogni uomo è stato pensato in Cristo. Ciò significa che anche se non lo sa, egli è già incoativamente cristiano e ontologicamente aspira a essere rifinito come cristiano. È un’icona appena sbozzata che esige di essere finita. Allora, quando incontro la persona che sembra più lontana dalle posizioni cristiane, io so che essa è già immagine di Cristo, so che all’interno del suo essere profondo è già d’accordo con me, perché tutti e due siamo stati pensati in Cristo. Questo è il fondamento del dialogo, per cui io non perderò mai la fiducia di trattare, di parlare, di discutere con gli uomini. E poi non dimentichiamo che c’è lo Spirito Santo, il quale va dove vuole. Nella Chiesa è sicuro che c’è la grazia, ma non è detto che al di fuori dei confini sociologici della Chiesa non ci sia. Faccio un esempio che prendo dalle terre della Bassa milanese, dove vi era una delle agricolture più razionali del mondo, dove l’acqua veniva distribuita attraverso la canalizzazione così da tagliare il fieno sette volte all’anno. Ricordo mio nonno che controllava con l’orologio: dava mezz’ora a questo prato e mezz’ora a quell’altro. Questa è l’immagine della grazia nella Chiesa, ma poi pioveva dove voleva. San Tommaso, che era un medioevale, ha una frase che gli piaceva moltissimo, tant’è che la ripeteva frequentemente: «Ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo». Siamo sinceri, nel mondo di oggi, prima di sapere se devo aderire o no alla posizione di qualcuno, devo sapere egli da che parte sta, non che cosa ha detto, non se è vero. Allora l’azione dello Spirito Santo, che c’è in tutti gli animi, mi permette di sperare sempre, e questo è il fondamento del dialogo; ma se fondo il dialogo soltanto sull’amabilità, sul fatto che dobbiamo essere comprensivi, dobbiamo volerci bene, sull’irenismo, questo è un modo pagano di affrontare il dialogo, non il modo cristiano; il modo cristiano è quello di affrontarlo sulla base del fatto che Cristo è l’archetipo di tutto e che lo Spirito Santo agisce in tutti.
Della cultura fa parte anche l’impegno sociale, economico e politico. Non crede che proprio qui, all’atto pratico, quel settore così importante della cultura cattolica che è l’impegno politico proprio in questi mesi sembri registrare un clamoroso fallimento?
Chiederei più senso del complessivo nel fare il bilancio: dico che la presenza cattolica è stata il solo fatto che ha potuto salvare lo Stato unitario nato debole, per lo scarso radicamento nella coscienza popolare, da uno sfacelo generale all’indomani della seconda guerra mondiale. Lo Stato ha tenuto per quarant’anni perché i cattolici finalmente sono andati sulla scena; come, al contrario, la presenza politica cattolica non ha potuto salvare lo Stato dall’esperienza fascista nel ’22. Non è quindi detto che, automaticamente, la presenza cattolica debba salvare. Questi quarant’anni vanno giudicati alla luce della storia d’Italia, e la storia d’Italia non comincia mica nel 1945, e non comincia neanche nel 1860. La storia d’Italia non ha conosciuto mai quarant’anni complessivamente felici come questi; non ha mai conosciuto quarant’anni senza guerre. Da questo punto di vista non li ritengo un fallimento. Piuttosto, li ritengo negativi dal punto di vista pastorale: il partito dei cattolici, che aveva la responsabilità di governare a ogni costo pur non avendo la maggioranza assoluta, si abituò alla mediazione non solo nel momento politico, doveroso, ma anche nel momento culturale, nell’elaborazione dei progetti. Pensava in termini di accordi con tutti i collaboratori, e ciò ne ha snaturato l’anima profonda. Noi abbiamo perso tutte le battaglie che ci interessavano di più. Sono molto critico come uomo di Chiesa, non come cittadino. Come cristiano non mi meraviglia che esista il peccato; soltanto gli illuministi sono convinti che l’uomo nasca innocente, ma noi sappiamo che nasce con il peccato originale di cui restano tutte le ferite, per cui peccano anche i cristiani. Perciò bisogna avere un tipo di governo dove ci sia chi governa e un’opposizione che controlla. Se dunque la prima responsabilità è di chi ha governato, la seconda è di chi non ha esercitato il controllo stando all’opposizione. Sarà sempre vero che ogni realizzazione dell’ideale cristiano nel campo sociale e politico, che di sua natura è molto fangoso, molto pericoloso, deluderà sempre in qualche modo, ma non è una ragione per non tentare.
Rilevando lo Stato, i cattolici non hanno forse peccato contro la loro cultura, visto che lo Stato è stato sempre contro i cattolici? La cultura cattolica che decide di impegnarsi per salvare lo Stato nel 1948, e ancora oggi si impegna per salvare quello Stato nato contro la Chiesa, fa davvero parte di una cultura cattolica genuina?
Io credo che sia stata una cosa molto bella cercare di salvare lo Stato risorgimentale, perché è vero che era nato male, ma era nato. Quando una ragazza non sposata ha un bambino, io la sgrido, però il bambino lo battezzo. Anche adesso bisogna cercare di salvarlo. Il dramma della nostra nazione è che l’unificazione è avvenuta in polemica con l’unico elemento che poteva essere il collante delle genti italiane, cioè la fede e la cultura cattolica, per cui tutti si riconoscevano negli stessi valori. Il fatto che l’unificazione sia avvenuta in polemica con i valori cristiani ha tolto ogni collante, è rimasto solo quello dell’amore per la pastasciutta, che non basta a creare una nazione… E non è vero che questo guaio sia venuto fuori a causa del potere temporale del Papa: questo è storicamente falso. I guai sono venuti fuori prima, in Piemonte, perché le leggi eversive sono del 1853. In Piemonte e in Lombardia non c’era lo Stato temporale, allora come faceva mio nonno a fidarsi di uno Stato che aveva preso posizioni così contrarie alla vita ecclesiale?
Cavour & Garibaldi
Dopo l’unità d’Italia moltissimi vescovi non hanno potuto occupare le sedi episcopali: a Bologna per vent’anni l’arcivescovo non è potuto entrare nel palazzo arcivescovile, Milano per nove anni è stata senza arcivescovo; a un certo momento questo Stato si mette a praticare un giuseppinismo aggravato. È chiaro che non ci si poteva fidare di tale Stato. Questa è la vera ragione, questo ha impedito alle genti italiane che avevano come unica loro cultura la cultura cattolica di aderire ex corde all’unificazione. Ma questo Stato c’è: credo sia una bella cosa che questo Stato ci sia. Anche se vi sono state tante altre sventure: per esempio la sfortuna che Cavour è morto troppo presto, perché Cavour era un uomo intelligente. Tra l’altro propone al parlamento subalpino un progetto di legge federale che il parlamento rifiuta. Cavour è morto troppo presto, Garibaldi, stavo per dire, troppo tardi.
A proposito di quanto Ida Magli – scelta come esperta sul tema – ha detto a Rai 1, la rete cattolica, sulla figura di Padre Pio definito un isterico, possiamo avere fiducia nella possibilità di fare cultura cattolica attraverso gli strumenti politici di cui ci siamo fidati in questi anni?
Io non so se Rai 1 è la rete cattolica. È vero che nel mondo cattolico fa molto fino dare la voce agli anticattolici, mentre nel mondo anticattolico non fa assolutamente fino dare la voce ai cattolici, probabilmente perché il mondo laicista non ha avuto il concilio Vaticano II. Sarebbe meglio che facessero un bel concilio e si mettessero nelle stesse condizioni di svantaggio in cui siamo stati messi noi. Perché in campo liturgico spesso l’incompetenza diventa una virtù: se voi vedete la celebrazione di un rito nei film anglosassoni, voi trovate che esso è rispettato nei suoi momenti; nei film italiani il rito è sempre stravolto. Sembra che, quando si tratta di religione, l’ignoranza sia un pregio. Non lo è neanche quando si tratta della vita cattolica. L’unico vantaggio dell’ignoranza è che non si deve far fatica a impararla.
Per la gente comune che cosa significa fare cultura cattolica?
Una fede vissuta e coerente in tutti i campi. Credo ve ne sia molto più di quello che sembra, perché non fa certo notizia; non è vero che non esista un mondo di persone che cerca di vivere la propria fede, e qualche volta in un modo molto originale. Direi che tutti i pastori d’anime fanno esperienza di queste realtà nascoste che in tutti i campi cercano di vivere la fede. Questo ci conforta. Che cosa deve confortare chi ha puntato su Cristo l’unica vita e, quindi, dal suo vangelo deduce le ispirazioni per tutti i comportamenti umani? La consapevolezza veramente gratificante che la sua vita ha un senso, mentre, al di fuori di questa prospettiva, il guaio è la mancanza di senso. Sono cent’anni dalla pubblicazione di un libro famoso di Maurice Blondel, l’Action, che comincia con queste parole: la vita ha un senso? Quasi contemporaneamente usciva l’opera fondamentale di Solovëv, che cominciava allo stesso modo. Questi due pensatori avevano colto secondo me il centro del problema; purtroppo tutto il secolo XX, invece di aiutare a cercare il senso della vita, ha contrapposto miti, nazismo, razzismo, comunismo, edonismo.
Il vero problema è oggi il senso. Coloro che danno fiducia a Cristo sono gratificati dal fatto che la loro vita ha un senso, e ce ne sono molti. Io credo si debba essere consapevoli che questo ci incoraggia, perché non facciamo solo esperienza delle opposizioni; le opposizioni sono quelle dei giornali, della televisione, ma questo non è la vita, non è l’umanità vera. L’umanità vera è certamente più ricca e molto più vicina all’impostazione cristiana di quanto noi possiamo pensare.





