«L’alpinismo è stato la mia grande passione fino all’ottantesimo anno di vita»1. Un’affermazione, questa di Viktor Emil Frankl, sorprendente. È e sarà ricordato non certo per le sue scalate, ma come uno dei più eminenti psichiatri del XX secolo. Eppure, come vedremo, Frankl teneva in modo davvero speciale alla sua attività di alpinista.
Fin da giovanissimo aveva mostrato intelligenza vivissima e spiccato interesse per la psiche umana. Vienna era allora la capitale mondiale della psicoterapia. Frankl, studente liceale, iniziò una lunga corrispondenza epistolare con Sigmund Freud2. Al termine delle superiori si iscrisse alla facoltà di medicina e divenne allievo di Alfred Adler, già collaboratore di Freud da cui si era staccato per fondare un diverso sistema terapeutico.
Ben presto però Frankl si rese conto che l’idea di uomo dei suoi maestri, di cui pur riconosceva la grandezza, era riduttiva e precocemente diede vita alla «logoterapia», la terza scuola viennese di psicoterapia dopo la psicanalisi freudiana e la psicologia individuale di Adler. Per tutta la vita approfondirà e diffonderà questo sistema terapeutico, che davvero ha «riumanizzato» la psichiatria. Oggi le Società di logoterapia sono diffuse in tutto il mondo.
In un’epoca di spersonalizzazione e disumanizzazione, Frankl individua l’origine di un numero sempre maggiore di nevrosi nell’incapacità di trovare un significato valido alla propria vita, quello che definisce il «vuoto esistenziale». Frankl era fermamente convinto che l’essere umano, più che dal bisogno, è mosso dal desiderio di significato. Una «vita significativa» per Frankl è una vita ricca di compiti; dove il compito è un appello alla nostra capacità di rispondere ai problemi che la vita ci pone, nella convinzione di poterli risolvere. È proprio in una vita così che l’uomo può sperimentare la sua libertà, in quanto si riconosce libero di agire facendo perno sulle sue risorse, anche se ciò «comporta uno sforzo e proprio perché comporta uno sforzo». Ogni vita ha senso, anche nelle situazioni più estreme o dolorose. Di questo Frankl fu costretto a fare esperienza diretta. Di famiglia e di fede ebraica, tra il 1942 e il 1945 peregrinò per i campi di sterminio nazisti, sperimentando in sé e nei suoi compagni la verità delle sue intuizioni. Tornato a Vienna apprese con sgomento che tutta la sua famiglia, compresa la giovane moglie, era stata sterminata. In nove giorni scrisse Uno psicologo nei lager, che il filosofo Gabriel Marcel, nell’introduzione all’edizione francese definì «una testimonianza, non diciamo unica, ma di qualità eccezionale, e al cui cospetto molte altre appaiono solo aneddotiche». A 75 anni di distanza l’eco di questo libro è tutt’altro che spento: tradotto in 33 lingue, solo negli Stati Uniti ha venduto più di 10 milioni di copie3.
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